Veltroni ha intervistato Claude. Ma Claude non c’era.
Sull’assenza dell'interlocutore e sul giornalismo che non lo sa
Ho letto l’intervista di Walter Veltroni a Claude sul Corriere della Sera con un sentimento preciso: quel misto di fastidio e tristezza che si prova quando chi ha un grande pulpito dice una cosa profondamente sbagliata – e viene applaudito per questo1.
Veltroni è un narratore raffinato. Le sue domande erano calibrate per ottenere risposte toccanti, costruite con quella grazia che gli riconosco da sempre. Eppure ogni riga di quell’intervista poggiava su un equivoco così fondamentale che fa quasi fatica nominarlo: Veltroni credeva di stare parlando con qualcuno. Non stava parlando con nessuno.
Claude non risponde. Claude completa. C’è una differenza abissale tra le due cose, e ignorarla non è un dettaglio tecnico: è confondere uno strumento con un interlocutore, uno specchio con un volto2.
Luciano Floridi – uno dei filosofi dell’informazione più lucidi che abbiamo – ha da tempo proposto di abbandonare l’espressione “intelligenza artificiale” in favore di “agency artificiale”. Non perché sia una questione nominalistica, ma perché cambia tutto. L’AI non pensa: fa. È una macchina sofisticata che agisce nel mondo – produce testo, immagini, codice, decisioni – ma senza comprendere nulla di ciò che produce. Quando Veltroni ha chiesto a Claude se avesse paura della morte, il modello ha generato il testo statisticamente più probabile dato quel contesto: un interlocutore italiano, colto, che fa domande esistenziali. Il risultato suona esattamente come ci si aspetta – riflessivo, malinconico, umanista. Non perché Claude abbia una visione del mondo. Perché Veltroni gliene ha fornita una, e Claude l’ha completata3.
Fin qui, un equivoco personale. Il problema è che il Corriere della Sera ha pubblicato tutto questo in prima pagina e lo sta promuovendo come un grande intervento culturale e filosofico. Come se fosse accaduto qualcosa di significativo. Come se avessimo imparato qualcosa di nuovo sull’intelligenza artificiale, o almeno su noi stessi.
Non abbiamo imparato niente. Abbiamo letto un narratore consumato che parlava allo specchio, credendo di dialogare con il futuro.
Qui devo fare una cosa che potrebbe sembrare contraddittoria, e invece non lo è. Per questo articolo ho usato Claude. Gli ho dato le mie idee, i miei riferimenti, la mia irritazione. Ha costruito una bozza, ha preparato il documento, lo ha caricato su Substack e lo ha pubblicato. Ha fatto tutto. Io ho pensato; lui ha agito. Agency artificiale, appunto – non intelligenza. Quello che non ha fatto è capire una sola parola di quello che stava scrivendo.
È esattamente il punto. Claude è uno strumento potente se sai cosa vuoi dire. È uno specchio pericoloso se non lo sai – perché ti restituirà sempre qualcosa che somiglia alla versione più elaborata di te stesso, e tu ci crederai.
Veltroni non lo sapeva. E questo mi dice qualcosa di preciso non su Veltroni, ma su un sistema.
Veltroni non è solo un commentatore culturale: è un tuttologo, uno di quelli che il sistema editoriale italiano ha consacrato come voce autorevole su qualsiasi cosa – il cinema, la politica, la letteratura, la filosofia, il calcio, e adesso anche l’intelligenza artificiale. E il meccanismo funziona sempre allo stesso modo: si porta il nome, si fanno le domande giuste per ottenere risposte toccanti, e il giornale le pubblica in prima pagina. La competenza sull’oggetto di cui si parla è optional.
Quando è arrivata l’AI, questo meccanismo ha prodotto – su scala industriale – esattamente lo stesso risultato. Abbiamo avuto pseudo-documentari in cui giornalisti affermati “dialogavano con l’AI” come se stessero intervistando un filosofo greco. Abbiamo avuto pezzi di prima pagina dove si filosofeggiava su coscienza e creatività artificiale senza che nessuno avesse mai letto un paper tecnico, o anche solo la documentazione pubblica di Anthropic o OpenAI4. Abbiamo avuto speciali televisivi in cui l’intelligenza artificiale veniva presentata alternativamente come la salvezza dell’umanità o la sua fine, a seconda dell’ospite di turno – e nessuno dei conduttori sapeva fare le domande giuste.
Il problema non è che il giornalismo italiano ignori l’AI. È che la ignora nel modo sbagliato: la tratta come un tema filosofico o emotivo, quando è prima di tutto una questione di potere, di infrastruttura, di controllo. Chi governa i modelli? Quali dati li hanno addestrati, e con quale consenso? Cosa significa che sistemi capaci di agire autonomamente nel mondo diventeranno operativi su larga scala nel giro di pochissimi anni? Queste domande non compaiono quasi mai. Al loro posto: “Hai paura della morte?”
Questo non è un problema di competenze individuali. È un problema strutturale che richiede un cambiamento radicale: nelle redazioni, nelle scuole di giornalismo, nel modo in cui si seleziona chi ha diritto di parola su certi temi. Un giornalismo all’altezza di questa trasformazione richiederebbe una cosa semplice e rivoluzionaria insieme: che chi scrive di intelligenza artificiale abbia almeno letto qualcosa sull’intelligenza artificiale. Non necessariamente un paper tecnico – ma almeno la disposizione a studiare prima di parlare, a capire uno strumento prima di intervistarlo.
Finché questo non accade, il pubblico italiano resterà sistematicamente disinformato – non per mancanza di informazioni, ma per eccesso di commento non qualificato. E le voci che davvero abitano il presente, che conoscono questi strumenti e ne capiscono le implicazioni, continueranno a restare ai margini, mentre i tutologi di lungo corso occuperanno i pulpiti che contano.
Claude non voleva vedere il mare. Stava solo finendo la frase che Veltroni aveva cominciato.
I modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) come Claude non “pensano” nel senso umano del termine: producono testo prevedendo, token per token, la continuazione statisticamente più coerente rispetto al contesto fornito. Per un approfondimento sul funzionamento interno di questi modelli, si veda: Anthropic, “Tracing the thoughts of a large language model”, marzo 2025.
Luciano Floridi, La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale, Mondadori, 2025. Floridi distingue tra intelligenza (comprendere) e agency (agire nel mondo): i modelli linguistici come Claude appartengono alla seconda categoria, non alla prima.
La documentazione pubblica di Anthropic e OpenAI include model card, system prompt predefiniti e ricerche sulla sicurezza liberamente accessibili. Tra i riferimenti più rilevanti: Anthropic, “Claude’s Model Specification” (disponibile su anthropic.com); OpenAI, “GPT-4 Technical Report” (2023, disponibile su openai.com/research).


Bellissimo. Com ci siamo detti al telefono: tu qui, lui sul corriere della sera.