Spegnere la notte
Una sentenza, un quartiere arcobaleno, un coprifuoco: appunti sul vuoto di governo della notte milanese
Dall’11 giugno al 2 novembre, in via Lecco e in mezza Milano, i dehors dei locali devono chiudere prima del solito – a mezzanotte nel cuore di Porta Venezia, fine settimana compreso, un po’ più tardi altrove, secondo una scala di orari che cambia di quartiere in quartiere.1 La scena, allo scoccare della mezzanotte, è già un piccolo apologo: i camerieri si avvicinano agli avventori e, bisbigliando, chiedono loro se vogliono entrare dentro oppure andare via; i tavolini vengono smontati, le sedie richiuse, e chi era seduto a bere e non vuole stare dentro (d’altronde siamo in estate) si ritrova in piedi sul marciapiede, dove naturalmente continua a parlare, ridere e fare lo stesso rumore di prima. Se l’obiettivo era il silenzio, lo si manca in diretta.
Nelle ore seguite alla pubblicazione dell’ordinanza il discorso si è disposto, come quasi sempre, su due fronti speculari: chi vi ha visto la legittima difesa dei residenti contro la maleducazione notturna, e chi vi ha letto l’ennesima crociata del decoro contro chi la sera esce. Vorrei provare a non stare in nessuno dei due – non per equidistanza, ma perché credo che il nodo vero stia altrove, e che sia un nodo politico prima ancora che di costume.
Che i residenti abbiano ragione non è materia opinabile. In quelle case si abita da prima – c’è chi vi risiede dal 1997 – e la movida è arrivata dopo, intorno al 2016, portandosi appresso i 73,5 decibel notturni che la perizia ha misurato in via Lecco a fronte di un limite di 55.2 Una trentina di abitanti ha portato in giudizio il Comune e ha avuto ragione su tutta la linea: danno alla salute, risarcimento, ordine di far cessare le immissioni.34 Hanno fatto bene, e la sentenza è sacrosanta. È ciò che viene dopo la sentenza a meritare attenzione.
Il Comune e l’asfalto
La domanda decisiva, infatti, è una sola: chi hanno citato, quei residenti? Non i gestori dei locali, non gli avventori molesti. Il Comune. E il Comune ha perso non in quanto responsabile della movida, ma in quanto proprietario delle strade – padrone dell’asfalto da cui sale il chiasso e, per ciò solo, tenuto a farlo tacere [sic!]. È una costruzione giuridica di ferrea coerenza e, insieme, vagamente paradossale: la stessa responsabilità che grava su chi possiede un fondo rumoroso ricade qui su chi possiede semplicemente la via pubblica. Il rumore lo fanno le persone; a risponderne, in tribunale, è il selciato.
Da quella condanna l’amministrazione deve uscire in fretta, sotto la minaccia di una penale quotidiana. Con quali mezzi? È qui che scatta il cortocircuito. Il Comune non ha poteri di ordine pubblico – non può sgomberare un marciapiede, non può rimandare a casa chi sosta in strada – e gli resta in mano un solo arnese: l’ordinanza sugli orari. Il coprifuoco, dunque, non nasce dall’avversione di un sindaco per la vita notturna; nasce dal fatto che è l’unico strumento rimasto in una cassetta degli attrezzi vuota. Il giudice tutela la salute, il solo pulsante disponibile spegne la socialità, e fra i due estremi – il caos e il silenzio – non esiste nulla, perché nessuno, in trent’anni, si è curato di costruirlo. Non è un eccesso di repressione: è un vuoto di governo. La differenza non è accademica: cambia il bersaglio della critica, e quindi la battaglia.
Che lo strumento sia cieco lo riconosce, del resto, perfino chi siede nella maggioranza che l’ha adottato. Il consigliere comunale del Pd Michele Albiani ha definito l’ordinanza un provvedimento che «colpisce in modo indiscriminato» attività estranee al problema, ricordando che «i dehors non sono il problema» – semmai «strumenti di presidio dello spazio pubblico» – e che cancellarli «non risolve nulla, sposta il problema».5 È la spia che la frattura autentica non corre fra residenti e nottambuli, ma fra chi vuole governare la notte e chi si limita a rimandarla a un’altra strada.
Trent’anni, tre indirizzi
Spostare: è il verbo che questa città coniuga da sempre, e la storia stessa del quartiere lo dice meglio di qualunque ragionamento. La prima gay street d’Italia non fu6 Porta Venezia, ma via Sammartini, dietro la Stazione Centrale, riconosciuta come tale nel 1993. Nell’ottobre del 2002, in piena epoca Albertini, la polizia vi condusse tre retate in una sola settimana – presenti identificati, volantini e riviste sequestrati, la promessa di tornare ogni sera. La socialità che lì si era raccolta fece allora esattamente ciò che le si chiedeva: si spostò, prima in via Lecco, poi in via Tadino, fondando quel quartiere arcobaleno che oggi si vorrebbe ammansire.7 Trent’anni, tre indirizzi, un unico gesto amministrativo declinato in epoche diverse: il manganello allora, l’ordinanza adesso. Il riflesso non cambia – quando un pezzo di città si accende troppo, lo si sposta – e qualche anno dopo lo si ritrova identico, una via più in là. È, alla lettera, la negazione di quel «diritto alla città» di cui scriveva Henri Lefebvre: lo spazio urbano trattato come un problema d’ordine da diluire, anziché come un bene comune da abitare.
Come si governa una notte
Altrove, di questo inseguimento perpetuo, si sono stancati da un pezzo, e hanno cominciato a fare l’unica cosa sensata: progettare la notte invece di subirla. Non sono fantasie da convegno; sono delibere, fondi, cifre verificabili.
Amsterdam, nel 2012, si è data un sindaco della notte – figura elettiva, con un ufficio e un mandato. La sua intuizione più imitata è la licenza 24 ore concessa ai locali di periferia, lontano dai quartieri residenziali e a patto che offrano cultura e non8 soltanto alcol. La logica è controintuitiva e solidissima: se nessuno è costretto a chiudere alla stessa ora, la folla non si rovescia in strada tutta insieme, e con essa non esplodono il rumore e le risse dell’ultimo bicchiere. I numeri lo confermano: in piazza Rembrandt, dove sono comparsi gli steward notturni, le violenze legate all’alcol sono calate del 25 per cento e gli esposti per disturbo del 30. Non meno notte: meno danni.
Berlino ha preferito misurarsi con la fisica del problema, il suono, anziché con la sua morale. Dal 2018 un fondo pubblico – lo Schallschutzfonds – finanzia l’80–90 per cento dei lavori di insonorizzazione, pareti e infissi che trattengano il rumore dentro le mura, fino a cinquantamila euro per locale (centomila per i progetti di straordinaria importanza); ad amministrarlo è la Clubcommission, che fa da mediatrice con i residenti e tiene una linea diretta per i reclami.9 Denaro pubblico per murare il rumore: l’esatto contrario dello spegnere le casse.
Parigi – che senza le sue terrasses non sarebbe Parigi, e lo sa – le concede col contagocce, poche centinaia di permessi su decine di migliaia di domande, ma non si sognerebbe di abolirle. E dal 2014 si è data un Conseil de la nuit, tavolo permanente dove residenti, esercenti e amministrazione si parlano, affiancato da una squadra di mediatori, i Pierrots de la nuit, che battono i locali per disinnescare i conflitti prima che diventino esposti: 190 locali seguiti e 77 mediazioni nel solo 2021.10
Londra, accanto al suo night czar istituito nel 2016, ha inscritto nel piano urbanistico il principio dell’agent of change: chi modifica lo stato dei luoghi ne sostiene il costo. Edifichi un palazzo accanto a un locale che c’era già? L’insonorizzazione la paghi tu. Apri un locale rumoroso sotto le finestre altrui? Tocca a te attrezzarti.11 Una norma che distribuisce gli oneri della convivenza invece di proibirla – e che, applicata a via Lecco, dove gli abitanti sono arrivati per primi, chiederebbe ai locali di insonorizzare, non agli abitanti di rassegnarsi.
Quanto alla scorciatoia milanese – il coprifuoco secco – qualcuno l’ha già percorsa, e ne ha pagato il conto. Sydney, nel 2014, vietò gli ingressi nei locali dopo l’una e mezza. In dieci anni è scomparsa più della metà dei locali musicali della città, la vita notturna è collassata, e il governo ha cominciato a smontare l’impianto dal 2020, fino a cancellarne nel 2026 anche gli ultimi residui. Il ministro competente l’ha riassunta in una formula che varrebbe la pena appuntarsi: «buone intenzioni, impatto diabolico». Il coprifuoco12 appartiene a quella famiglia di misure che si adottano nel panico e si revocano nel pentimento.
Quello che Milano potrebbe fare
Nulla di tutto questo chiede di trapiantare i canali d’Olanda o i capannoni di Berlino. Chiede di scegliere – e Milano, se volesse, potrebbe. Potrebbe spostare l’alta intensità, i club e le notti lunghe, verso le molte aree ex industriali che le restano, offrendo finalmente quel «punto stabile» lontano dai letti che oggi non esiste e che condanna ogni quartiere vivo a diventare, a turno, il capro espiatorio di sé stesso. Potrebbe conservare nei quartieri abitati come Porta Venezia una socialità più misurata, sorretta da un fondo comunale per insonorizzare dehors e locali. Potrebbe mettere mediatori al posto delle pattuglie, scrivere l’agent of change nel prossimo Piano di governo del territorio, e dotarsi – sì – di un garante della notte che la consideri una funzione della città e non un’emergenza stagionale. Troppo caro? Meno, con ogni probabilità, dei centotrentamila euro di risarcimento già liquidati, più quattro euro al giorno di penale per ciascun residente, moltiplicati per ogni quartiere che esploderà la prossima estate.
La sentenza è di primo grado e il Comune ha annunciato ricorso: la partita è ancora aperta, e con essa la scelta. Milano ama presentarsi come capitale europea, e ne ha i titoli; ma una capitale, la propria notte, la illumina e la governa, non la sposta di via in via sperando che il rumore vada, prima o poi, a disturbare sotto le finestre di qualcun altro. Né coprifuoco né laissez-faire; né il sonno sacrificato al chiasso né il chiasso spacciato per libertà. Una città adulta sa tenere insieme le due cose – perché governare la notte, in fondo, non è che un altro modo di prendere sul serio la città di giorno.
Letture
Henri Lefebvre, Il diritto alla città (Le Droit à la ville, Paris 1968).
Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane (The Death and Life of Great American Cities, New York 1961).
Le politiche notturne di Amsterdam, Berlino, Parigi, Londra e Sydney sono documentate nelle note al testo.
Ordinanza sindacale in vigore dall’11 giugno al 2 novembre 2026. Nelle aree della movida i dehors chiudono all’una nei giorni feriali e alle due nel fine settimana; nel quartiere Lazzaretto-Melzo, oggetto della condanna, il regime è il più severo: chiusura a mezzanotte tutti i giorni, weekend compreso, e divieto di asporto esteso a cibo e bevande analcoliche. Cfr. «Il Giorno», cronaca di Milano, 10 giugno 2026.
La consulenza fonometrica disposta dal giudice ha rilevato in via Lecco un livello notturno di 73,5 decibel, contro un limite di 55 fissato per la classe IV del Piano comunale di zonizzazione acustica; la perizia individua la fonte prevalente non nei locali ma «nella gente che staziona fuori dai locali e/o dai dehors».
Tribunale di Milano, sez. IV civile, sentenza 11 dicembre 2025, n. 9566 (giudice Susanna Terni), causa r.g. 5011/2023. Gli attori – una trentina di residenti del quartiere Lazzaretto-Melzo, via Lecco compresa, alcuni dei quali vi abitano dal 1997 – agirono ai sensi dell’art. 844 c.c. (immissioni) e dell’art. 32 Cost.
Il Comune è stato condannato a risarcire circa 4.700 euro per ciascun ricorrente (oltre 130.000 euro complessivi) e a far cessare le immissioni entro sei mesi, con una penale di 4 euro al giorno per ogni residente in caso di ritardo (astreinte ex art. 614bis c.p.c.). La sentenza è di primo grado: il Comune ha annunciato ricorso.
Le dichiarazioni del consigliere comunale del Pd Michele Albiani sono riportate in «Il Giorno», “Le nuove norme sulla movida. La critica del dem Albiani: ‘Lazzaretto-Melzo penalizzate’”, 10 giugno 2026.
Via G. B. Sammartini, dietro la Stazione Centrale, fu la prima gay street d’Italia, riconosciuta come tale nel 1993. Nell’ottobre 2002 vi si svolse la terza retata di polizia in una settimana, con identificazione dei presenti e sequestro di volantini e riviste. Negli anni seguenti la socialità LGBTQ+ si trasferì verso Porta Venezia, prima in via Lecco e poi in via Tadino.
Le retate documentate del 2002 cadono sotto la giunta Albertini (sindaco dal 1997 al 2006); Letizia Moratti è sindaca dal 2006 al 2011, e al suo periodo risale la sassaiola contro i locali del 2009, denunciata da Arcigay. La sostanza non muta: per tutti gli anni Duemila, sotto amministrazioni di centrodestra, la notte queer milanese fu trattata come una questione di ordine pubblico da disperdere.
Sul nachtburgemeester di Amsterdam e sulle licenze 24 ore – sperimentate dal 2013, rese permanenti nel 2017 e riservate ai locali di periferia con offerta culturale – cfr. Europavox e Mastercard Newsroom. I dati sul calo delle violenze legate all’alcol (del 25 per cento) e degli esposti per disturbo (del 30 per cento) in piazza Rembrandt, dopo l’introduzione degli steward notturni, sono ripresi dalle rilevazioni del Comune di Amsterdam riportate dalla stampa.
Lo Schallschutzfonds (fondo per l’insonorizzazione dei locali) è attivo dal 2018, gestito dalla Clubcommission di Berlino per conto del Senato cittadino: dotazione iniziale di un milione di euro, contributi pari all’80–90 per cento dei costi, fino a 50.000 euro per locale (100.000 nei casi eccezionali). Cfr. schallschutzfonds.de e Clubcommission Berlin.
Il Conseil de la nuit parigino è istituito nel dicembre 2014; i mediatori dei Pierrots de la nuit (associazione AMUON, sostenuta dalla Ville de Paris) hanno seguito 190 locali e svolto 77 mediazioni nel solo 2021. Sulla regolazione selettiva delle terrasses cfr. Ville de Paris, “Comment Paris régule sa vie nocturne”.
La figura del night czar è istituita a Londra nel 2016 (prima titolare Amy Lamé); il principio dell’agent of change, recepito nel London Plan, addossa i costi dell’insonorizzazione a chi modifica lo stato dei luoghi. Cfr. London City Hall.
Le lockout laws di Sydney (2014) vietavano l’ingresso nei locali dopo l’1.30. Nel decennio successivo è scomparsa oltre la metà dei locali musicali della città; l’abrogazione progressiva, iniziata nel 2020, si è conclusa nel 2026. La formula «good intentions but a diabolical impact» è del ministro per l’economia notturna John Graham. Cfr. Broadsheet e NSW Government.



Un pezzo molto intelligente, un ragionamento serio. Davvero bello. Mi permetto solo una constatazione. Il Comune è anch'esso parte del problema quando concede ad esempio l'Arco della Pace come location ormai praticamente fissa di eventi con impianti di amplificazione giganteschi. Chi vive lì non subisce solo la movida ma il frastuono da stadio autorizzato in piazza dal Comune. Ancora più grave, a mio avviso, è l'uso del Parco Sempione anch’esso come location per eventi rumorosi e invasivi, come fosse una piazza con degli alberi attorno. La funzione urbana dei parchi è il silenzio. Si deve poter andare al parco a leggere o passeggiare nella natura. Al parco si ascoltano le arpe, la musica non amplificata o non amplificata al punto da non potervisi sottrarre andando pochi metri più in là. Invece è ormai regola la concessione del Parco Sempione, il parco monumetale, come location di eventi con rumore molesto dai quali non è possibile sottrarsi se non uscendo dal parco e immergendosi nel rumore del traffico.