Scapoli e ammogliati a Caracas
Sul Venezuela abbiamo ragione tutti. E torto tutti.
Nel primo numero della sua nuova newsletter è un momentaccio!, il mio amico Giacomo D’Alfonso fa notare come l’operazione Caracas non sia solo una violazione: è il superamento definitivo del sistema basato sulle regole in favore della “brute force”. Lo ha dichiarato lo stesso Marco Rubio: «Ora chi vuole giocare con gli USA sa che c’è un Presidente che agisce.»
Eppure, oltre la prova di forza e la propaganda, c’è poco altro. L’operazione militare è stata brillante, su questo non ci piove. Ma strategicamente? Il regime chavista controlla ancora il paese, María Corina Machado è stata liquidata con un “bravissima, arrivederci”, e gli USA non hanno quinte colonne interne. Siamo in territorio inesplorato.
Quello che mi preme sottolineare qui, tuttavia, è un altro aspetto: il modo in cui il dibattito pubblico nelle democrazie occidentali ha affrontato la questione. E il mio pensiero, ovviamente, va all’Italia — dove il livello è più basso dell’immaginabile.
Prendiamo la CGIL. Da qualche giorno diversi profili Instagram, in particolare quello del Foglio, stanno rilanciando un video della manifestazione del sindacato a Roma, contestata da alcuni cittadini venezuelani. Il sottotesto è chiaro: “Guardate la CGIL da che parte sta”. E infatti, neanche un giorno dopo, sullo stesso giornale compare l’editoriale di un commentatore di segno opposto — fan sfegatato di Milei — che con la sua verve da smontatore di bufale fa panna montata di Landini e delle sue posizioni più imbarazzanti.
Insomma, una questione seria e delicata — stiamo parlando della possibile fine del diritto internazionale — si è ridotta alla partita di calcetto del venerdì tra scapoli e ammogliati. Giusto per citare il ragionier Fantozzi, sperando di non fargli torto paragonandolo a personaggi così volgari.
Ma Landini e il suo antagonista sono solo comparse. Il vero problema è la struttura stessa del dibattito italiano, dove è ammesso un solo gioco: lo scontro totale tra due fazioni inconciliabili. Chi sta con Maduro, chi sta con Trump. Tertium non datur.
Il punto è che la realtà non funziona così. La realtà è complessa, e la complessità non è un difetto: è la condizione normale delle cose. Proviamo allora a guardare la questione da un altro punto di vista.
Abbiamo due dati di partenza, entrambi certi.
Primo: Maduro non era un leader democratico. Le elezioni del 2024 sono state una farsa documentata. L’opposizione è stata perseguitata, imprigionata, costretta all’esilio. Milioni di venezuelani sono fuggiti dal paese. Chi difende Maduro in nome dell’“antimperialismo” sta difendendo un autocrate — e dovrebbe avere l’onestà di ammetterlo.
Secondo: il metodo di Trump è un precedente pericolosissimo. Michael Walzer, nel suo classico Guerre giuste e ingiuste, distingue tra jus ad bellum (le ragioni per fare guerra) e jus in bello (come si conduce la guerra). Una guerra può essere giusta nella causa e ingiusta nella condotta. Applicato al Venezuela: si può, allo stesso tempo, riconoscere che Maduro meritava di cadere e criticare un intervento militare unilaterale che viola la sovranità di uno stato — senza mandato ONU, senza coalizione, senza processo.
Chi decide chi è “legittimo”? Con quale autorità? Se oggi va bene per Maduro, domani per chi?
Hans Kelsen, padre del positivismo giuridico, lo aveva capito: «Il diritto internazionale è l’unica alternativa al dominio della forza bruta.» Non è una “scusa” per difendere i cattivi. È l’unico argine all’arbitrio. Se lo abbandoniamo quando fa comodo, non esisterà quando ne avremo bisogno.
E qui torna Norberto Bobbio, con una frase che sembra banale finché non la si applica ai fatti: «La democrazia è il regime delle regole, non il regime dei risultati.» In democrazia, non basta che cada un tiranno. Conta come cade.
È una distinzione che abbiamo dimenticato. E finché non la recupereremo, il dibattito pubblico resterà quello che è: una partita di calcetto tra scapoli e ammogliati.


Il dibattito pubblico italiano è talmente di basso livello che sembra veramente surreale. Mi chiedo e ti chiedo: di chi è la colpa? di chi l'organizza o di chi si presta a farne parte? A chi tocca alzare il livello?