Sbagliare sempre e su tutto: riflessioni sull’editoriale di Ernesto Galli della Loggia
La destra italiana e l’autocommiserazione storica: perché il vittimismo non può cancellare le contraddizioni di un passato autoritario
L’editoriale di Ernesto Galli della Loggia, uscito oggi sul Corriere della Sera, merita una riflessione. L’autore lamenta quella che definisce l’emarginazione del pensiero conservatore e anticomunista in Italia, sostenendo che la destra italiana non abbia mai avuto una vera classe dirigente e che ciò sia il risultato di un pregiudizio culturale. Non sono d’accordo, e ora vi spiego perché.
Una lettura distorta della storia
Galli della Loggia afferma che la destra neofascista non abbia mai trovato spazio nella classe dirigente italiana, ma questa è una visione eccessivamente semplificata. Il Movimento Sociale Italiano (MSI), pur marginale rispetto a forze come la Democrazia Cristiana o il Partito Comunista, ha avuto rappresentanza politica fin dagli anni ’50. E se guardiamo più avanti, con l’ascesa di Berlusconi, la destra non solo ha partecipato pienamente al governo, ma ha creato un vero e proprio blocco di potere.
Affermare che la destra non sia mai stata inclusa significa ignorare che essa ha avuto opportunità concrete per consolidarsi, ma ha spesso fallito nel costruire una proposta politica davvero alternativa e credibile. Questo è stato un limite interno, non una cospirazione esterna.
Pregiudizio culturale o logica storica?
Uno dei punti centrali dell’editoriale è l’accusa che la destra sia stata esclusa per pregiudizio ideologico. Ma davvero è così? La marginalizzazione di certe idee non è necessariamente una censura culturale: è piuttosto il risultato di un contesto storico preciso. Dopo la caduta del fascismo, in Italia si è sviluppata una reazione diffidente verso tutto ciò che potesse ricordare quel passato. Il Partito Comunista Italiano, che aveva avuto un ruolo cruciale nella Resistenza, non solo si trovò dalla parte della legittimazione storica, ma lavorò attivamente per costruire un’egemonia culturale, influenzando il mondo accademico e artistico, in linea con le teorie di Antonio Gramsci. Questo non va confuso con un ostracismo preconcetto verso la destra, ma piuttosto con un rifiuto di ideologie che erano state associate a regimi autoritari e alla negazione dei diritti fondamentali.
L’assenza di un “terremoto culturale”
Galli della Loggia lamenta che l’Italia non abbia vissuto un terremoto ideologico paragonabile a quello scatenato in Francia dalla pubblicazione di Arcipelago Gulag. Tuttavia, il nostro contesto storico era diverso: l’Italia aveva già affrontato le ferite profonde lasciate dal fascismo, dalla guerra civile e dalla Resistenza. La necessità di un dramma intellettuale simile non era così impellente, poiché il paese era già in un processo di rielaborazione di un passato totalitario.
Quando Arcipelago Gulag venne pubblicato nel 1973, esplose come una “bomba” nella scena intellettuale occidentale, rivelando al mondo la portata dei crimini del regime sovietico. In Francia, dove il Partito Comunista Francese (PCF) aveva una forte influenza culturale, il libro divenne uno strumento per i dissidenti interni al marxismo per criticare il totalitarismo sovietico, portando a una crisi ideologica all’interno della sinistra francese. Tuttavia, in Italia, il contesto era diverso. Il Partito Comunista Italiano (PCI), pur avendo legami con l’URSS, aveva preso una strada più autonoma e pragmatica attraverso il cosiddetto eurocomunismo. Questo spostamento contribuì a mitigare l’impatto diretto del libro, poiché il PCI era percepito come un’alternativa democratica ai modelli stalinisti, rendendo meno urgente una revisione totale della sua ideologia.
Inoltre, l’Italia era già profondamente immersa in un processo di rielaborazione storica post-fascista, in cui la Resistenza aveva un ruolo centrale nella legittimazione morale e politica della sinistra. Il trauma del fascismo e della guerra civile avevano già innescato una riflessione profonda sulle conseguenze dei regimi totalitari, limitando la necessità di un’opera come Arcipelago Gulag per rivelare le atrocità di un regime autoritario. Mentre in Francia il libro alimentò un dibattito acceso sulla collaborazione intellettuale con il comunismo, in Italia il discorso era più frammentato, e il libro non ebbe lo stesso impatto immediato a livello popolare o politico.
L’effetto dirompente del libro venne ulteriormente attenuato dal fatto che, pur essendo letto e discusso da alcuni circoli intellettuali, il clima politico in Italia degli anni ‘70, segnato dagli Anni di Piombo e dalle tensioni tra movimenti rivoluzionari e forze conservatrici, creava un contesto in cui l’attenzione pubblica era maggiormente rivolta a questioni interne di violenza politica e terrorismo. In questo senso, Arcipelago Gulag non ebbe lo stesso ruolo catalizzatore nel riorientare l’opinione pubblica rispetto alla sinistra come avvenne in Francia.
Questa differenza di contesto spiega perché in Italia non ci fu un terremoto culturale analogo a quello francese: la realtà politica e culturale del paese aveva già intrapreso una via di elaborazione autonoma della propria storia, e il PCI era riuscito a distanziarsi abbastanza dallo stalinismo da non essere coinvolto direttamente nella crisi che Arcipelago Gulag scatenò altrove.
Una classe dirigente non nasce per magia
L’editoriale suggerisce che la destra non sia mai riuscita a entrare nei circoli della classe dirigente perché non condivideva le “amicizie, frequentazioni” che cementano questi legami. Tuttavia, una classe dirigente non si fonda soltanto sulle relazioni personali: nasce dall’elaborazione di un progetto politico credibile, capace di dialogare con la società. Ed è proprio qui che la destra ha spesso fallito. Non è stata l’esclusione a isolarla, ma la sua incapacità di rinnovarsi e di presentarsi come un’alternativa concreta al liberalismo e alla democrazia.
Il caso Del Noce e l’accademia
Galli della Loggia cita figure come Augusto Del Noce, lamentando la loro presunta esclusione dalla riflessione culturale e accademica dominante. Tuttavia, Del Noce è stato ampiamente studiato negli ambienti accademici italiani e rimane una delle figure centrali della filosofia politica cattolica del XX secolo. È vero, tuttavia, che la sua influenza non ha raggiunto la stessa risonanza popolare di altri intellettuali più vicini alla sinistra. Del Noce era critico verso il progressismo, sia cattolico che laico, e ha cercato di contrastare ciò che definiva la “società opulenta”, una società tecnocratica e secolarizzata, incapace di riconoscere i valori trascendenti e dominata da una forma di nichilismo postmoderno.
Del Noce vedeva nel progressismo e nel marxismo, specialmente in Italia, una deriva che stava influenzando negativamente la cultura accademica e sociale del paese. Tuttavia, la sua difesa di una tradizione cattolica e filosofica che riconciliasse modernità e valori religiosi non ha trovato la stessa eco di movimenti intellettuali più influenti, come il marxismo e il pensiero gramsciano, che si erano consolidati proprio grazie alla partecipazione attiva del PCI alla Resistenza e alla costruzione di una egemonia culturale nel dopoguerra.
In conclusione
L’editoriale di Galli della Loggia rappresenta una visione vittimistica e distorta della storia italiana, un’argomentazione ormai comune nella destra italiana di cui lo stesso Galli della Loggia è parte integrante. Sostenere che la destra non abbia mai avuto una vera opportunità di emergere a causa di un pregiudizio culturale significa ignorare le sue contraddizioni interne e il contesto storico che ha plasmato la Repubblica Italiana.
La destra italiana, in particolare quella di matrice neofascista, ha sempre faticato a distanziarsi dalle sue radici autoritarie e antidemocratiche, radici che la rendevano inadatta a inserirsi nel progetto democratico nato dalla Resistenza. Il PCI, pur con tutte le sue contraddizioni, partecipò alla costruzione di un’egemonia culturale basata sui valori democratici, differenziandosi dal modello stalinista e contribuendo all’evoluzione politica del paese.
Il mancato “terremoto culturale” citato da Galli della Loggia in riferimento a Arcipelago Gulag non fu il risultato di un complotto ideologico, ma di un contesto storico che aveva già affrontato e metabolizzato un trauma totalitario. La destra non fu esclusa per capriccio o per un’ostilità culturale preconcetta, ma perché non riuscì a offrire un’alternativa credibile a una società democratica, capace di emanciparsi dalle sue stesse derive autoritarie.

