Non chiamiamoli liberali
L’importanza di riconoscere la vera natura del liberalismo e la sua appartenenza al centrosinistra in un’epoca di polarizzazione globale
Sono in molti in Italia a definirsi “liberal-democratici” in modo improprio, associando questa definizione a generiche posizioni politiche di centro, centro-destra o destra, persino estrema. Anche partiti populisti a forte vocazione personalistica fanno uso di questa etichetta, compreso uno il cui leader lavora per una monarchia assoluta di tipo teocratico. Se proprio non accettano l’etichetta di “populisti di destra” (vista l’impostazione fan club del leader che tali partiti assumono) non potrebbero semplicemente definirsi “conservatori”?
In più – diciamolo pure tranquillamente – in un epoca di forte polarizzazione (a livello globale) tra proto-fascisti, che rifiutano persino le fondamenta dei modelli democratici liberali dell’Occidente, e liberali progressisti, i quali, al contrario, resistono e lottano per il mantenimento delle libertà democratiche e per le società aperte, definirsi di centro appare sempre più inadatto se non addirittura anti-storico: bisogna stare da una parte o dall’altra. Per i liberali, l’unica squadra possibile – inutile persino precisarlo – è quella dei progressisti, il centrosinistra.
In realtà, se guardiamo attentamente, si tratta di una posizione che i veri liberali hanno adottato da diversi decenni. In un vecchio editoriale di Giovanni Ferrara pubblicato su Repubblica nel 1993, si parla dei liberal-democratici come se fosse stato scritto oggi. Si afferma, ad esempio, che:
un vero liberale democratico non è affatto un liberale moderato diffidente quando non addirittura ostile alle sfide, certo difficili e talvolta pericolose, della democrazia di massa del nostro tempo (e sicuramente anche del tempo futuro): tale è appunto un conservatore o moderato. Un liberale e democratico non s’ispira ai repubblicani americani, ai conservatori inglesi, e nella tradizione storica italiana non sarebbe stato negli anni Venti un seguace di Salandra: s’ispira ai democratici americani, ai liberali e ai laburisti inglesi (a certe correnti, ovviamente), e in Italia va a cercare i suoi simboli nei nomi d’un Giovanni Amendola, con la sua “nuova democrazia” o d’un Piero Gobetti. Cioè, di quei liberali e democratici che combatterono il fascismo, che li emarginò, li esiliò, li processò e, come fu per Amendola e Gobetti, li uccise. Lo spettacolo cui si assiste ha persino aspetti ridicoli. Berlusconi, certo un imprenditore la cui storia avrebbe fatto drizzare i capelli a Luigi Einaudi, si professa liberaldemocratico e come tale vuole unificare il centro-destra e la destra in funzione di baluardo contro la sinistra.
Ecco, Amendola e Gobetti, non certo Berlusconi. E furono proprio questi due importanti personaggi politici a denunciare, già nei primissimi anni Venti, la piaga dei “falsi liberali” che finivano per fare da spalla ai veri fascisti. Nel 1922, Giovanni Amendola denunciava l'uso strumentale del termine ‘liberale’ da parte di politici reazionari e antidemocratici. «È necessario parlar chiaro – scriveva il 24 settembre 1922 in un articolo intitolato “Le contradizioni dei falsi liberali” –, una volta per sempre, a quegli organi liberali, che saltano fuori con inviperite proteste ogni qual volta si tratta di difendere... il liberalismo dagli attacchi fascisti? niente affatto: il fascismo dalle critiche liberali e democratiche.» Ricorda molto quanto successo all’indomani del 25 settembre scorso, quando i sedicenti liberali (politici e commentatori giornalisti), invece di inorridire di fronte alla prospettiva di orbanizzazione dell’Italia, si prodigavano a ripetere, anche sui media internazionali, che in fondo questi governanti erano solo esponenti di una “destra moderata” (sic!). Se, dunque, l’Italia corre sempre più verso le ‘democrature’ di Polonia, Ungheria e Israele – e la sua concezione di giustizia, media e potere sembra confermare questa tendenza –, i falsi liberali nostrani si girano dall’altra parte, quando va bene, o addirittura aprono la strada.
Ma non è tutto. Come giustificano tutto ciò? Con l’anticomunismo. Come se fossimo negli anni ’50. Scrive, a questo proposito, Ferrara nel 1993:
L’anticomunismo dei tempi (che furono lunghi e durissimi) in cui il comunismo era la bandiera di partiti come quello che dominava tirannicamente l’Urss o asserviva i paesi dell’Est, o che nei paesi come la Francia o l’Italia si schierava a sinistra egemonizzando la sinistra e restando legato a Mosca, quell’anticomunismo che oggi non ha più un oggetto cui applicarsi viene proseguito da questi cosiddetti liberal-democratici nella forma molto semplice del rifiuto di rapporto politico e culturale con la sinistra non più comunista o che non è mai stata comunista (trascuro, naturalmente, il caso purtroppo non raro in cui un tale rapporto è accettato sotto forma di mercato delle vacche).
Oggi, ancora più che trent’anni fa, l’anticomunismo non ha senso. Chi si professa liberale e democratico ha come interlocutore diretto tutto ciò che sta nel centrosinistra. Inoltre, la destra, in particolare quella estrema, dovrebbe essere considerata l’avversario da combattere, il nemico della società aperta e, di conseguenza, del liberalismo autentico.
Possiamo concludere ritornando a Ferrara:
Ma perché proprio chi ha come punto di riferimento il liberalismo e la democrazia dovrebbe occuparsi di far crescere la destra e di rafforzarla col proprio contributo? Perché non la sinistra, se la sinistra è progresso al di là dello squallore illiberale e non democratico della nostra infelice repubblica doroteizzata, consociativa, craxiana e peggio ancora? […] A me sembra che questo mondo di centro-destra, e di destra, e quella parte di esso che assume per sé, con un atto di arbitrio storico, il titolo del liberalismo democratico, sia soprattutto dominato dalla paura: la paura che la sinistra diventi "padrona d'Italia", come è stato scritto. Ma vorrei sapere che cosa hanno a che vedere lo spirito della libertà e il principio della democrazia con l'opprimente e meschino sentimento della paura. Dalla paura nascono le reazioni di destra, la paura, alla fine, è reazionaria.

