Ne straparla chi non ne sa
Come l’intelligenza artificiale è diventata il feticcio ideologico di chi non sa leggere i dati e crede di non avere ideologie.
Il primo maggio scorso Walter Veltroni ha pubblicato sul «Corriere della Sera», in prima pagina, un’intervista a Claude — il modello linguistico di Anthropic — e se ne è uscito commosso, come se dall’altra parte ci fosse qualcuno, come se davvero non fossimo più soli sul pianeta. Mezza Italia ha riso. Il bersaglio era comodo: il signore di una certa età che scambia una macchina statistica per un’anima, e lo fa sulla prima pagina del primo quotidiano del paese.
C’è però una versione più sofisticata e più insidiosa dello stesso errore, e ha un pubblico che si crede l’esatto opposto del lettore di Veltroni: più sveglio, più tecnico, vaccinato contro la retorica e contro il sentimentalismo, ma soprattutto — crede lui — vaccinato contro l’ideologia. È il pubblico di Michele Boldrin: la community Liberi Oltre le Illusioni e il partito ORA!, quello che Pagella Politica ha definito di «estremo centro» e che nel proprio manifesto «rifiuta ideologie e retorica» promettendo di analizzare i problemi «sulla base dei dati». Il partito ha persino un motto rivelatore — «il coraggio dell’ovvio» —, e la community da cui nasce si chiama, appunto, Liberi Oltre le Illusioni. Già i nomi e le parole d’ordine dicono tutto: si è liberi da illusioni e ideologie, si ha il coraggio dell’ovvio, come se le proprie convinzioni non fossero una posizione fra le altre, ma il punto d’arrivo di chi finalmente ha smesso di raccontarsi storie. Ci tornerò, perché è il cuore della faccenda. Intanto la cosa da mostrare è semplice: come già accaduto a Veltroni, anche Boldrin parla d’intelligenza artificiale dicendo cose sbagliate — solo che lo fa con la sicumera dell’economista, e con un pubblico convinto di essere troppo intelligente per cascarci. Veltroni ha sbagliato per ingenuità. Boldrin pure, ma credendosi superiore: stesso livello di ingenuità, stessa cialtroneria. Una più arrogante, l’altra più sentimentale.
La proposta
Intervenendo a Class CNBC — in un passaggio poi rilanciato sui social dal profilo @worldyfinance — l’economista e segretario di ORA! ha avanzato una proposta per colmare il divario europeo nell’intelligenza artificiale. La premessa: l’IA non sarebbe nata da grandi piani pubblici decisi dall’alto, ma dall’iniziativa di gruppi di ricercatori e imprenditori privati, «fra cui diversi italiani e francesi». La proposta operativa: dirottare una parte dei 180 miliardi [sic!] che — sostiene — l’Unione europea spenderebbe ogni anno per sussidiare l’agricoltura verso un piano da circa 10 miliardi l’anno, con cui richiamare diecimila scienziati europei che oggi lavorano nei migliori centri di ricerca statunitensi, offrendo loro stipendi americani dentro istituti pubblici «autogestiti» sul modello delle università californiane. Il finanziamento sarebbe temporaneo: dopo cinque anni lo stato ridurrebbe progressivamente gli stipendi, spingendo gli istituti verso l’autosufficienza. La scommessa è che in un decennio l’Europa recuperi il distacco.
Il fact-checking
Ho passato queste affermazioni al setaccio con due strumenti diversi e indipendenti — Claude in modalità Cowork, con il modello Opus, e Perplexity con il modello Sonnet — chiedendo a entrambi una verifica puntuale. Hanno lavorato separatamente e sono arrivati alle stesse conclusioni.
Il dato sui sussidi è sbagliato di oltre tre volte. La politica agricola comune non costa 180 miliardi l’anno, ma circa 55. Il bilancio settennale 2021-2027 ammonta a 386,6 miliardi: nel 2024 la spesa è stata di circa 53,7 miliardi, di cui 40,6 per pagamenti diretti e misure di mercato e 13,1 per lo sviluppo rurale. I 180 miliardi citati da Boldrin sono quasi l’intero bilancio annuale dell’Unione europea. L’errore è tale che persino il profilo che ha rilanciato il suo intervento ha dovuto correggerlo in didascalia, e i commentatori sotto al post lo hanno fatto a pezzi.
L’idea che l’IA sia figlia del privato e non dello stato è storicamente falsa. Bisogna essere precisi, perché qui Boldrin nasconde un piccolo nocciolo di verità in una falsità grande. È vero che non c’è stato un piano unico, centralizzato, dirigista, una specie di Gosplan dell’intelligenza artificiale: lo sviluppo è avvenuto in modo decentrato, attraverso molti gruppi. Ma quei gruppi erano quasi tutti finanziati con denaro pubblico, non privato. La conferenza di Dartmouth del 1956, che fonda la disciplina, fu sostenuta con fondi federali statunitensi. La DARPA — l’agenzia della difesa americana — è stata per decenni la principale fonte di finanziamento del settore. Il deep learning, la tecnologia su cui si reggono ChatGPT, Gemini e lo stesso Claude, è nato in università pubbliche, per mano di tre ricercatori poi premiati con il Turing Award: Geoffrey Hinton a Toronto, Yoshua Bengio a Montréal, Yann LeCun tra i Bell Labs e la New York University. L’architettura Transformer, base di tutti i modelli attuali, è uscita dai laboratori di Google nel 2017. Mariana Mazzucato lo ha documentato in The Entrepreneurial State: dietro l’iPhone — dal microchip al GPS, da internet fino a Siri — c’è una lunga catena di ricerca pubblica, finanziata dalla DARPA e dal dipartimento della difesa. «Privato» è semmai chi è arrivato dopo, a raccogliere i frutti di fondamenta costruite dallo stato. E a lucrarci.
Dieci miliardi non bastano, e di molto. Anche concedendo tutto il resto, la proposta ignora la voce di spesa decisiva: le infrastrutture. Non è mai stata soltanto una questione di stipendi. Gli Stati Uniti investono nei soli data center e nel calcolo per l’IA centinaia di miliardi l’anno: la spesa in conto capitale dei grandi operatori cloud ha sfiorato i 400 miliardi di dollari nel 2025, con proiezioni vicine ai 660-690 miliardi per il 2026. A questo si aggiungono la capacità manifatturiera sui semiconduttori, il cloud sovrano, il controllo delle materie prime — tutte cose che in Europa mancano e che dieci miliardi l’anno non comprano. È la differenza tra pagare qualche fuoriclasse e costruire uno stadio.
E poi c’è la contraddizione interna, che è quasi comica. Boldrin parte dal presupposto che lo stato non c’entri nulla con l’IA, e nella frase successiva propone soldi pubblici per finanziarla. Cita come modello le università californiane «autogestite» — che sono, per definizione, atenei statali. Costruisce cioè la sua proposta antistatalista su due esempi che gli si rivoltano contro. Non a caso, il commento più votato sotto al suo intervento è stato proprio questo: «critica l’intervento statale e poi propone un intervento statale».
L’ideologia di chi crede di non averne
Qui arriva il punto che mi interessa davvero, e che va oltre il singolo numero sbagliato. Boldrin non è soltanto un cialtrone che non ha controllato una cifra. È la vittima perfetta di un’ideologia che si crede assenza di ideologia.
Roland Barthes, in Mythologies, scriveva che l’operazione ideologica per eccellenza è la trasformazione della storia in natura: prendere qualcosa che è il risultato di un processo storico — di scelte, di finanziamenti, di rapporti di forza — e farlo apparire come l’ordine naturale delle cose. È esattamente ciò che fa Boldrin quando dà per scontato che l’innovazione nasca dal mercato e che lo stato sia, al massimo, un peso. Non è un’evidenza: è una tesi. Una tesi discutibile, e in questo caso pure smentita dai fatti. Ma chi la scambia per evidenza non riesce nemmeno a vedere la storia reale dell’intelligenza artificiale — fatta di laboratori pubblici e fondi militari — e finisce per riscriverla pur di non smentire la propria teoria. L’ideologia non distorce un dettaglio: distorce la lente con cui si guarda tutto.
È la stessa illusione di cui si nutre tanta pubblicistica che si crede liberale (senza esserlo nemmeno lontanamente) che si vanta di «guardare solo i fatti»: realismo, pragmatismo, cultura del fare. Parole-paravento, che servono a presentare come naturale ciò che è scelto e come ovvio ciò che è contestabile. Chi crede di non avere ideologie ne ha una più potente di tutte, proprio perché è invisibile a sé stesso. Boldrin e il suo pubblico, che si percepiscono come l’antidoto laico al sentimentalismo dei Veltroni, ne sono l’esemplare più puro: convinti di possedere lo sguardo disincantato sui fatti, non si accorgono di guardare i fatti attraverso una dottrina. Ed è qui che tornano le loro parole d’ordine. Un partito che «rifiuta le ideologie» e promette soltanto «i dati», che fa del «coraggio dell’ovvio» il proprio motto, compie esattamente l’operazione descritta da Barthes: spaccia per ovvio — per natura — ciò che è una tesi di parte. È la confessione involontaria di chi ha scambiato la propria ideologia per buon senso, e l’ha resa inattaccabile ribattezzandola «dati», «ovvio», «realtà».
Il buon uso
E così il cerchio si chiude. Veltroni usa l’intelligenza artificiale male per eccesso, adorandola come un oracolo senziente. Boldrin la giudica male per ideologia, negandone le origini. Sono lo stesso fallimento, declinato in due modi: il sentimentale e il dottrinario. E il pubblico che si crede più intelligente dell’altro non lo è affatto.
C’è anzi un’ironia che li accomuna fino in fondo. Sarebbe bastato che entrambi, prima di parlare, avessero chiesto all’intelligenza artificiale proprio ciò che stavano per dire: Veltroni avrebbe imparato che il suo interlocutore non è un’anima ma un modello, e Boldrin che i suoi numeri non tornano. Non è un’ipotesi astratta: sotto al suo stesso intervento qualcuno ha incollato la risposta di Claude — lo stesso modello intervistato da Veltroni — che lo smentiva punto per punto. Lo strumento che avrebbe potuto salvarli era a portata di clic. Nessuno dei due l’ha usato per quello che serve.
Il buon uso dell’IA, intanto, è un’altra cosa: più umile e più potente. In mezz’ora, con due modelli diversi, ho verificato fonti, controllato cifre e smontato un ragionamento. Non è magia e non è coscienza. È uno strumento critico — e, come ogni strumento, vale quanto vale chi lo impugna. Il paradosso è che proprio l’intelligenza artificiale, usata per quello che è, ha smascherato chi ne parla senza capirla.
Note e fonti
L’intervento di Boldrin. Dichiarazioni rese a Class CNBC, rilanciate dal profilo Instagram @worldyfinance. Su Boldrin e il suo movimento: il partito ORA!, la community Liberi Oltre le Illusioni, e l’analisi di Pagella Politica sul «partito di estremo centro».
L’intervista di Veltroni a Claude. Pubblicata sul «Corriere della Sera» il 1° maggio 2026 (rilancio ufficiale del Corriere). Sulle criticità dell’operazione: Facta; Valigia Blu; Industria Italiana; Avvenire.
Il bilancio della politica agricola comune (386,6 miliardi per il 2021-2027; ~53,7 miliardi nel 2024): Il finanziamento della PAC, Parlamento europeo.
La spesa statunitense in infrastrutture per l’IA (capex dei grandi operatori cloud ~371 miliardi di dollari nel 2025; proiezioni 660-690 miliardi per il 2026): Deloitte; Goldman Sachs.
Lo stato dietro l’innovazione tecnologica (iPhone, GPS, internet, microchip, Siri): Mariana Mazzucato, The Entrepreneurial State; sintesi e dati su TED.
I finanziamenti pubblici alla ricerca sull’IA (DARPA come principale finanziatore dagli anni Sessanta; Dartmouth 1956): Funding a Revolution, National Academies. I tre padri del deep learning premiati con il Turing Award 2018. L’architettura Transformer: «Attention Is All You Need», Google, 2017.
Sull’ideologia di chi crede di non averne. Roland Barthes, Mythologies; e il mio prossimo pezzo L’ideologia di chi crede di non averne, in uscita a breve.


Segnalo che vengono tutti e due dalla stessa casa madre di pensiero frequentato in gioventù. Un caso?