Milano 2027: la campagna elettorale è già iniziata
Non nei nomi, ma nei dossier: casa, San Siro e la domanda decisiva sul “pubblico”.
C’è un modo semplice per capire quando una campagna elettorale sta davvero cominciando: non dai manifesti, non dalle candidature, ma dai dossier che tornano ossessivamente e dai conflitti che cambiano forma. Guardando una piccola rassegna stampa degli ultimi giorni, Milano entra nel 2026 con tre fili che si intrecciano e che, se non vengono tenuti insieme, diventano rumore: la trasformazione urbana come narrazione, San Siro come prova di credibilità amministrativa, il “pubblico” (sanità, investimenti, servizi) come terreno di contesa.
Il punto non è “che cosa succede oggi”, ma di che cosa diventa inevitabile parlare domani.
1) La città come progetto (e come racconto)
Da un lato, la città viene raccontata attraverso le priorità della macchina comunale: bilancio, quartieri, sicurezza, periferie, e poi quell’oggetto che ritorna sempre come un totem, San Siro. Dall’altro, la città viene raccontata come un processo più profondo e meno controllabile: Milano come “città del chi ha già”, dove la qualità urbana cresce ma cresce anche l’espulsione sociale, e dove l’abitare diventa la misura concreta delle disuguaglianze.
Questo non è solo un contrasto ideologico: è un conflitto tra due criteri di successo. Il primo misura la città sull’attrattività e sulla capacità di attirare investimenti. Il secondo sulla capacità di produrre esiti sociali sostenibili per chi la città la abita davvero.
Qui entra un dato che vale più di molte polemiche: negli ultimi anni diversi studi hanno insistito sul fatto che a Milano il problema non è più solo il prezzo assoluto, ma l’abbordabilità rispetto ai redditi. Un’analisi di Secondo Welfare propone di ragionare in termini di “reddito residuo”, cioè non quanto paghi di affitto, ma quanto ti resta dopo averlo pagato, perché è lì che si vede se stai ancora “dentro la città” o se stai scivolando fuori (Milano: quando il costo dell’affitto genera nuove povertà).
E il report 2025 di OCA mostra come l’effetto espulsivo non si fermi ai confini comunali, ma si propaghi nella regione urbana e nella Città Metropolitana (Abitare fuori Milano – Report 2025). Detto altrimenti: se Milano vuole restare una città “di classe media” in senso reale, il tema non è più accessorio. È strutturale.
2) San Siro: conti, convenzioni, credibilità
San Siro non è solo uno stadio: è un dispositivo politico. Non perché “piace ai tifosi”, ma perché è un dossier dove si concentrano tre cose che in campagna contano moltissimo: trasparenza (atti, procedure, convenzioni), responsabilità economica (chi paga cosa, e perché) e irreversibilità (un atto amministrativo può chiudere opzioni per decenni).
Ora, la vendita è stata formalizzata. Il 5 novembre 2025 è stato firmato il rogito e la proprietà dello stadio (e delle aree) è passata dal Comune a Inter e Milan per 197 milioni di euro (RaiNews – San Siro, firmato il rogito). Questo, tuttavia, non chiude la vicenda nel senso politico, ma sposta il conflitto: dal se vendere al che cosa succede adesso. Nella rassegna, per esempio, il tema emerge in modo quasi brutale: crediti del Comune verso i club per circa 19 milioni, contenziosi, manutenzioni, accessi agli atti. Non è più solo “vendere/non vendere” o “demolire/non demolire”, ma diventa una questione di contabilità pubblica e quindi di fiducia.
In più, il dossier resta caldo perché attorno al percorso di vendita e alle delibere si sono addensati ricorsi e contestazioni, e la cronaca ha registrato anche l’apertura di un filone di indagine su presunti profili di turbativa d’asta legati alla procedura (Il Fatto Quotidiano – firmato il rogito). In sintesi: la partita “proprietà” è chiusa, ma la partita “governance, trasparenza, costi e ricadute urbane” resta aperta. Ed è lì che, in campagna, San Siro continua a produrre attrito.
3) Il “pubblico” sotto stress: sanità e investimenti territoriali
Il terzo asse è quello che, secondo me, farà più differenza nei prossimi mesi: non tanto “se” il pubblico conta, ma se la politica ci crede davvero. E la prova non è una dichiarazione di principio, ma qualcosa di più banale e più duro: la capacità di consegnare (delivery) e la capacità di dare una direzione.
Quando leggi “39 milioni” destinati a interventi per scuole, strade, ambiente, digitale, cultura e turismo, la domanda non è solo “quanti soldi”, ma “quanta macchina pubblica”. Il PNRR, in tutta Italia, è anche un test su progettazione, gare, tempi, personale e manutenzione. In altre parole, il pubblico non conta perché spende: conta perché riesce a trasformare risorse in servizi stabili. Ed è questo che rende interessante, anche politicamente, l’annuncio sul PNRR della Città Metropolitana: l’investimento diventa una cartina al tornasole della capacità di regia e di esecuzione.
Lo stesso vale per la sanità, dove la discussione sulla Città della Salute e della Ricerca a Sesto San Giovanni ha almeno un merito: rende visibile una questione che spesso resta implicita, cioè che la sanità è un ecosistema. Non basta l’“ospedale grande” se il territorio resta debole. E non basta il “misto” pubblico-privato se il pubblico perde capacità di orientare la filiera, dalla continuità assistenziale al personale, fino alla prossimità. Qui la parola-chiave non è solo “privatizzazione”: è regia.
A Milano questo si intreccia con un problema più profondo, che è culturale prima ancora che tecnico. Come sostiene Mattia Granata in un intervento su Gli Stati Generali, il dibattito pubblico tende a fermarsi agli effetti (disuguaglianze, rendita, espulsione) e fa più fatica a nominare le cause, cioè l’idea interiorizzata che lo sviluppo sia materia del mercato e che il pubblico possa solo facilitare e rendere attrattivo (Una politica che non crede più nel pubblico). Se questo è vero, allora anche gli strumenti migliori diventano deboli, perché vengono usati senza ambizione di progetto. E invece, senza un progetto pubblico esplicito, la città non smette di crescere: smette di scegliere come e per chi crescere.
Una chiusura (che non sia una morale)
Se metti insieme questi tre fili, il quadro è questo: Milano sta entrando in una fase in cui la campagna 2027 rischia di essere raccontata come una partita tra “pro-crescita” e “contro-crescita”. È una trappola comunicativa, perché semplifica e polarizza.
La frattura reale, invece, è un’altra: Milano città-mercato vs Milano città-servizio. Non perché il mercato sia “cattivo” e il servizio “buono”, ma perché una città può essere efficiente nel produrre valore e, allo stesso tempo, inefficiente nel distribuire le condizioni minime di accesso.
Se vogliamo misurare seriamente se Milano “sceglie” (e non subisce), io partirei da tre domande discorsive, molto concrete. Quanta città resta, dentro Milano e nella sua regione urbana, per una vita normale con redditi normali? Quando l’affitto diventa una macchina che produce nuove povertà, non è solo un problema di casa: è un problema di cittadinanza, e lo si vede bene se si prende sul serio quel criterio del “reddito residuo” di cui sopra. Quanto tengono, nei quartieri e nelle periferie, i servizi di prossimità: sanità territoriale, scuola, cura, manutenzione? Dove questi servizi arretrano, anche la città “che corre” diventa fragile, perché cresce senza tenuta sociale. E infine: chi guida davvero le trasformazioni, con quali regole e con quale trasparenza? San Siro, da questo punto di vista, insegna una cosa semplice: non basta decidere, bisogna farlo in modo che la decisione sia credibile nel tempo.
La domanda finale può restare brutale: Milano vuole ancora scegliere come e per chi svilupparsi, oppure la città continuerà a svilupparsi senza scegliere, lasciando che siano i prezzi della casa, dei servizi e del vivere quotidiano a decidere chi resta e chi va via? Ma vale la pena farle compagnia con una seconda domanda, più operativa: quali scelte misurabili, nei prossimi mesi, ci faranno capire in quale direzione stiamo andando?

