La malattia infantile del centro
Il «centro radicalizzato» esiste, ed è stato ritratto con precisione: è l’estremismo di chi si crede il contrario di ogni estremismo. Ma smascherarlo non dà ragione, per ciò solo, a chi lo smaschera.
C’è un tipo umano che ormai sappiamo tutti riconoscere. Non ha tessere di partito – anzi, delle tessere ha orrore –, siede in un ideale centro dello schieramento e da lì, in nome dell’equilibrio e del buonsenso, distribuisce scomuniche con un’intransigenza che nessun estremista si sognerebbe. Stefano Piri, su «Rivista Studio», gli ha dato un nome che è già mezzo ritratto: il «centro radicalizzato»1. La formula è felice perché coglie un paradosso: costoro rivendicano l’equidistanza e la praticano con furore ideologico, occupano la posizione più temperata dello spettro politico e la difendono col piglio del fanatico. «Più vittimista della destra, più litigioso della sinistra», scrive Piri; e chiunque abbia un account su un social network sa esattamente di chi si parla.
Il ritratto è impietoso e, quasi sempre, esatto – e regge ancora nonostante l’articolo non sia di ieri. Gli esempi che riporta, dal caso Trentini alle polemiche di allora sul Venezuela, sanno ormai di stagione passata; ma il tipo umano è sopravvissuto; è la prova migliore che Piri non faceva cronaca, bensì fisionomia: figure mediaticamente onnipresenti e però elettoralmente evanescenti, sovrarappresentate nei salotti e introvabili nelle urne. Piri suggerisce perfino una data di nascita simbolica: il 29 settembre 2001, quando dalle colonne del «Corriere della Sera» Oriana Fallaci pubblicò “La rabbia e l’orgoglio”2. E non è certo un caso che l’atto di battesimo cada tre settimane dopo l’11 settembre: il centro radicalizzato nasce come reazione al crollo di un ordine simbolico, quello dell’Occidente che negli anni novanta si era creduto vincitore per sempre.
Ed è qui che vale la pena aggiungere un tassello che Piri lascia sullo sfondo. Il fantasma che questo centro rincorre ha un nome preciso: la «fine della storia». La celebre profezia (spesso travisata o maleinterpretata) di Fukuyama – la liberaldemocrazia di mercato come approdo ultimo e insuperabile dell’umanità – era, a suo modo, la teologia degli anni novanta3. Il centro radicalizzato è il lutto non elaborato di quella teologia: gente che ha vissuto la decade in cui sembrava che la Storia avesse dato ragione una volta per tutte a un certo Occidente, e che da allora vive ogni smentita – l’11 settembre, la crisi del 2008, le guerre, i populismi – come un’ingiustizia personale, un tradimento del copione. Di qui il vittimismo: non è il risentimento di chi ha perso, ma di chi è convinto di aver vinto e non capisce perché il mondo non se ne sia accorto.
Piri chiude il cerchio con un’immagine che è la sua trovata migliore. Rovescia il «perdente radicale» di Hans Magnus Enzensberger – colui che, umiliato e isolato, si fa esplodere per esistere almeno un istante – nella figura speculare del «vincente radicale»: chi il potere e la ricchezza li possiede, e ciononostante resta «socialmente isolato, in balìa dei propri fantasmi» e «affetto da perdita della realtà»4. Il centro radicalizzato è questo: un vincente che vive da perseguitato, un uomo di potere che ha smarrito il contatto con il paese reale. Ritratto perfetto.
Se il centro radicalizzato avesse un prototipo, un esemplare da manuale, sarebbe Carlo Calenda. È l’uomo che ha fatto di «liberale» una spilla da bavero e insieme ne ha svuotato la sostanza. Il liberalismo, infatti, prima di essere un catalogo di posizioni, è un metodo: divisione dei poteri, rispetto delle procedure, riconoscimento dell’avversario come legittimo, disponibilità a perdere. Il centrista che si crede liberale, all’opposto, è quasi sempre il suo contrario esatto: un partito ritagliato sulla propria persona, il dissenso vissuto come tradimento da epurare, la vita interna ridotta a un plebiscito sul capo. Sventola la bandiera del liberalismo e ne calpesta la grammatica; è convinto che «liberale» sia una questione di gusti – niente estremismi, per carità, siamo persone serie – e non di regole del gioco. È liberale nell’aggettivo e illiberale nel metodo, che è poi il solo luogo in cui il liberalismo abiti davvero.
Ma c’è di più, ed è la tesi che mi preme davvero. Chiamarli «non liberali» è ancora troppo generoso: lascia costoro nel limbo comodo della tiepidezza. La verità, piuttosto, è che sono degli estremisti: estremisti del centro. Perché l’estremismo, a ben vedere, non è una posizione sulla carta geografica della politica: è un metodo, e, come tutti i metodi, si riconosce dai gesti, non dalle coordinate. I gesti sono sempre gli stessi, che li compia l’estrema destra, l’estrema sinistra o il centro che si crede super partes: il mondo spaccato in due tra i puri e i venduti; l’avversario che non è un avversario ma un traditore o un utile idiota; l’epurazione come igiene quotidiana, «il più puro che ti epura»5; il tono da stato d’emergenza permanente, per cui è sempre in gioco tutto e perciò nessuna regola vale; e soprattutto il rifiuto della mediazione, che per il riformista dovrebbe essere il cuore stesso della politica e che per l’estremista è sempre un cedimento. Si mettano in fila questi tratti e poi si guardi un qualsiasi talk show serale: il centrista radicalizzato li possiede tutti. Sta nel punto medio dello schieramento e si comporta esattamente come le frange che dice di aborrire. Il ferro di cavallo, a piegarlo un poco, si chiude in cerchio. E qui potrei fermarmi, applaudire e rilanciare.
E però il ritratto di Piri si ferma qui, e fa bene a fermarsi: il suo mestiere era descrivere, e l’ha fatto. Il passo successivo tocca a chi legge, ed è il più scivoloso. Descrivere la patologia del centro è una cosa; dedurne qualcosa sulla salute di chi sta altrove è un’altra, e le due cose non si tengono per mano da sole. Eppure la tentazione, chiusa la lettura, è quasi automatica: se il centro è grottesco, e la destra è la destra, allora la sinistra ha ragione. Ha ragione per esclusione, per sottrazione, per residuo: è ciò che resta quando si sono tolti dal tavolo gli altri due. È la deduzione che mi rifiuto di fare.
«Non essere Calenda» non è un programma politico: è, al massimo, una collocazione di gusto (buon gusto, aggiungerei). E qui conviene che scopra le carte, perché la questione mi tocca da vicino: chi scrive non si riconosce né nel centro né in una sinistra che si accontenti di non essere quel centro. Da liberalsocialista – Rosselli e Gobetti, ma anche la lezione del cattolicesimo democratico, da Moro a Martinazzoli – e da riformista, parola che a qualcuno farà sorridere ma che ha un significato preciso, trovo che l’anti-centrismo per sottrazione sia il gemello povero del centrismo che dice di combattere. La sinistra che si difende in questo modo non ha una visione coerente del mondo: è semplicemente l’altra ala del medesimo teatrino, quella che si sente autorizzata a non pensare perché tanto pensano male gli altri. E soprattutto – ecco l’ironia che sfugge a chi applaude – definirsi per negazione è esattamente il vizio che si imputa al centro radicalizzato. Il centrista esiste in quanto non è di destra e non è di sinistra; l’anti-centrista, allo stesso modo, rischia di esistere solo in quanto non è centrista. Stesso meccanismo, segno rovesciato. Chi smaschera lo specchio ci si guarda dentro senza riconoscersi.
Che cosa vorrebbe dire, allora, non definirsi per negazione? Vorrebbe dire tornare a una distinzione che Norberto Bobbio ripeteva fino alla noia, contro lo schema amico/nemico di Carl Schmitt: in democrazia l’altro è un avversario, non un nemico6. Il nemico va annientato; l’avversario va battuto con un progetto migliore. Il centro radicalizzato, e con lui buona parte di chi lo combatte, ha fatto il percorso inverso: ha trasformato ogni avversario in nemico e, così facendo, si è dispensato dall’unico compito che rende la politica qualcosa di diverso da una rissa da pianerottolo, cioè avere un’idea propria di che cosa fare – un progetto che si dica per ciò che afferma, e non per l’inventario di chi disprezza. Michael Walzer chiamava «critico connesso» chi sa criticare la propria parte restando dentro, per fedeltà a una visione positiva e non per il gusto di smarcarsi7. Il contrario, appunto, del transfuga permanente che fa della propria uscita di scena un genere letterario.
Chiudo dove Piri chiude, ma spostando l’accento. Il suo articolo termina evocando Lenin e L’estremismo, malattia infantile del comunismo, con l’ironia di chi sa che citare il rivoluzionario russo lo farà arruolare tra i chavisti, e mette in conto di correre il rischio8. Ecco: quell’estremismo che Lenin credeva confinato alle ali è diventato la malattia infantile del centro – di un centro che si proclama adulto e ragionevole proprio mentre ricade nei gesti dei ragazzi che dice di aborrire. E se la malattia del centro esiste – Piri l’ha diagnosticata benissimo –, ne esiste una speculare e altrettanto infantile in chi quel centro lo combatte, e consiste nel credere che avere ragione sull’avversario equivalga ad avere ragione. Il «vincente radicale affetto da perdita della realtà» non è un tipo antropologico confinato a un’ala dello schieramento: è una tentazione trasversale, la tentazione di sentirsi l’ultimo lucido rimasto in un mondo di ciechi. Che è, se ci pensiamo, la definizione più esatta di punto cieco. Il centro radicalizzato non vede il proprio; noi faremmo bene a non festeggiare troppo la vista.
Piri, Stefano, “Anche i centristi nel loro piccolo si radicalizzano”, «Rivista Studio», 14 gennaio 2026, rivistastudio.com (ultimo accesso: 23 luglio 2026). Di Piri sono anche le formule «più vittimista della destra, più litigioso della sinistra» e «proporzioni intimidatorie».
Fallaci, Oriana, “La rabbia e l’orgoglio”, «Corriere della Sera», 29 settembre 2001; poi ampliato in volume, Milano, Rizzoli, 2001.
Fukuyama, Francis, La fine della storia e l’ultimo uomo, Milano, Rizzoli, 1992 (ed. or. The End of History and the Last Man, New York, Free Press, 1992).
Enzensberger, Hans Magnus, Il perdente radicale. Saggio sugli uomini del terrore, Torino, Einaudi, 2007 (ed. or. Schreckens Männer. Versuch über den radikalen Verlierer, Francoforte sul Meno, Suhrkamp, 2006). La figura del «vincente radicale» è coniata da Piri.
La battuta sull’epurazione è di Pietro Nenni: «c’è sempre uno più puro che ti epura». Il centro radicalizzato l’ha ereditata senza avvedersene.
Per la distinzione tra avversario e nemico cfr. Bobbio, Norberto, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Roma, Donzelli, 1994; sullo sfondo, e in polemica con esso, lo schema amico/nemico di Carl Schmitt, Le categorie del «politico», Bologna, il Mulino, 1972 (ed. or. 1932).
Walzer, Michael, The Company of Critics. Social Criticism and Political Commitment in the Twentieth Century, New York, Basic Books, 1988; e Id., Interpretation and Social Criticism, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 1987, per la nozione di «critico connesso» (connected critic).
Lenin, Vladimir I., L’estremismo, malattia infantile del comunismo, 1920; l’evocazione è nella chiusa di Piri.


