Il 25 aprile non si appalta
Brigata ebraica, contestazioni, patenti di dignità: appunti dopo il corteo di Milano
Sabato 25 aprile, in corso Venezia, il corteo della Liberazione si è spezzato. La Brigata ebraica è stata contestata da uno spezzone propal — al cui interno alcune cronache hanno segnalato anche militanti con la sciarpa ANPI, mentre l’ANPI come associazione respinge ogni accusa di regia e annuncia querele per diffamazione. Dopo un blocco lungo più di un’ora, la polizia in tenuta antisommossa l’ha scortata fuori dal corteo1. È un fatto che, in questa forma, non era mai accaduto prima — ed è bastato a trasformare l’81° anniversario della Liberazione in una notizia di ordine pubblico.
Nelle ore successive il dibattito si è polarizzato in due fronti speculari: chi ha letto la giornata come un’irruzione antisemita nel corteo, e chi l’ha letta come una provocazione politica del contingente filoisraeliano. Vorrei provare a tenere insieme i due piani, perché credo siano entrambi necessari per capire — e perché credo che la chiarezza, in giorni come questi, sia un dovere prima ancora che una virtù.
Cosa fu davvero la Brigata ebraica
La Brigata ebraica fu un’unità militare britannica formalmente costituita il 20 settembre 1944 e in azione sul fronte italiano fra il marzo e l’aprile 1945. Inquadrava circa cinquemila uomini provenienti dallo Yishuv — la comunità ebraica della Palestina mandataria — sotto comando del brigadiere generale Ernest Frank Benjamin, e combatté nelle ultime fasi della campagna d’Italia sulla Linea Gotica, in particolare nel ravennate, lungo il fiume Senio e ad Alfonsine2.
Da qui partono due narrazioni concorrenti.
La prima, recente e polemica, è quella di Alessandra Maffilippi, che il 27 aprile sulla newsletter Cognitaria Ribelle sottolinea i limiti operativi della Brigata: «non più di 40-50 giorni», su un fronte ormai marginale, lontana dai grandi snodi della Resistenza italiana — la Sicilia, la liberazione di Roma, l’insurrezione del Nord. Definirla «componente decisiva» della Liberazione è, scrive, «una semplificazione storicamente infondata e sproporzionata rispetto al suo impiego reale». La presenza con bandiere israeliane in apertura del corteo del 2026 sarebbe quindi una proiezione politica contemporanea, non un atto di memoria3.
La seconda è la narrazione di Davide Romano, all’epoca assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Milano, in un articolo del 2019 ripubblicato in questi giorni su Mosaico. Romano racconta la lenta legittimazione della presenza della Brigata al corteo: dal 2004, anno della prima sfilata milanese — fu lui stesso a proporre per primo all’Associazione Amici di Israele di sfilare sotto il nome della Brigata —, accolta da insulti («siete come i nazisti», «sionisti assassini»), fino al riconoscimento bipartisan: una proposta di legge promossa nel 2015 da Lia Quartapelle ed Emanuele Fiano (PD), con la consulenza dello storico Andrea Bienati e il sostegno di Fabrizio Cicchitto — allora presidente della Commissione Esteri — per la medaglia d’oro al valore militare ai cinquemila soldati con la stella di David, divenuta legge il 18 luglio 2017 (legge n. 114/2017). «La Liberazione doveva essere anche per gli ebrei un giorno di festa e di riscatto», scrive Romano: non solo memoria della Shoah, ma rivendicazione4.
Tra questi due poli, come spesso accade, sta il fatto storico più sobrio. La Brigata ebraica non fu «parte della Resistenza italiana» nel senso tecnico-organizzativo: non era una formazione partigiana del CLN. Ma contribuì in modo diretto alla Liberazione e collaborò con i partigiani delle zone in cui operò. Negarle ogni legame con la Resistenza è una semplificazione ideologica; presentarla come uno snodo decisivo è una semplificazione speculare. Il punto, però, non è il volume del contributo militare. È un altro.
A questo dato storico va aggiunta una storia milanese più ravvicinata. La bandiera della Brigata ebraica entra per la prima volta nel corteo del 25 aprile a Milano nel 2004: a proporlo è lo stesso Davide Romano, allora attivista di un’associazione cittadina filoisraeliana, mosso — racconterà poi — dall’insoddisfazione per il ruolo che gli ebrei avevano fino ad allora avuto nelle commemorazioni: «ricevevamo applausi da tutti, in quanto vittime della Shoah, ma per ricordare lo sterminio era già stato istituito il Giorno della Memoria. La Liberazione doveva essere anche per gli ebrei un giorno di festa e di riscatto». Da quell’anno la Brigata ha sfilato a Milano ininterrottamente per ventidue 25 aprile, fra contestazioni più o meno accese e quasi sempre sotto scorta della Digos. Sabato 25 aprile 2026 è la prima volta, in ventidue anni, in cui è stata effettivamente impedita di concludere il percorso. È questa la novità storica della giornata — e ciò che spiega la presa della formula di Emanuele Fiano sul «mai successo in cinquant’anni»5.
Le bandiere di troppo
Il punto è che cosa portava sabato quel contingente. Insieme alle bandiere israeliane c’erano la bandiera dell’Iran di Pahlavi — il regno monarchico finito nel 1979 — fotografie di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu, sigle come «October 7» e «Sinistra per Israele», qualche bandiera dei Giovani di Forza Italia. Secondo il presidente dell’ANPI Milano Primo Minelli, c’era un accordo con il direttore del Museo della Brigata ebraica Davide Romano per non portare bandiere; accordo poi disatteso. Romano nega6. Quale che sia la verità di quel passaggio, il dato simbolico è là, sotto gli occhi di tutti: un contingente che si presenta al 25 aprile con un mosaico di simboli che raccontano un’agenda geopolitica del 2026, non la memoria del 1945.
La bandiera di uno scià morto da quasi mezzo secolo, dentro un corteo per la Liberazione dal nazifascismo italiano, non è memoria — è proiezione politica. Lo stesso vale, va detto con franchezza, per le foto dei due capi di governo viventi più impopolari fuori dei loro elettorati. Su questo Maffilippi ha ragione: il 25 aprile non è un atto di posizionamento sull’asse Israele-Palestina, sull’amministrazione Trump, sulla guerra in Ucraina. Quando lo trasformiamo in questo, lo svuotiamo.
Le saponette di troppo
Solo che — e qui scatta il riflesso speculare — il 25 aprile non è neppure un atto di posizionamento sullo stesso asse per la parte opposta. Anche le contestazioni hanno avuto le loro bandiere di troppo, e qualcosa di peggio.
L’espressione «saponette mancate» è circolata, attribuita a un manifestante rivolto al gruppo della Brigata ebraica7. Maffilippi ha ragione a sottolineare che, almeno fino a ora, non esistono prove audio o video certi; e che gettare l’intera giornata milanese sotto la categoria «clima antisemita», come hanno fatto certe coperture, è una forzatura. Ma resta che, di fronte a uno spezzone identificato anche come ebraico, l’insulto di quel registro — vero o solo riportato — pesca nel più cupo armamentario antisemita: il riferimento al sapone fatto con i corpi degli ebrei nei lager. È un’espressione che ha pesato sulla giornata anche quando la giornata avrebbe dovuto pesarle addosso.
E però va detto con chiarezza, perché la confusione fra i due piani è il vero pericolo politico di queste ore: parlare di «clima antisemita» a Milano sabato 25 aprile è una forzatura, ed è una forzatura politicamente carica. Un episodio singolo — per quanto vergognoso — non fa un clima. Centomila persone hanno sfilato pacificamente, dentro il corteo c’erano esponenti istituzionali della Comunità ebraica milanese, decine di parlamentari del centrosinistra hanno espresso pubblicamente solidarietà alla Brigata. La parola «clima», nella storia dell’antisemitismo, descrive altro: un’atmosfera sociale diffusa, una mobilitazione collettiva, una stampa che istiga, un sentire condiviso. È quello che gli ebrei milanesi vissero, davvero, fra il 1938 e il 1945. Applicare la stessa parola a un cordone di poche centinaia di contestatori — pur con dentro un insulto inaccettabile — non solo è impreciso: indebolisce la categoria stessa. E offre il fianco a due operazioni opposte e ugualmente nocive: a chi vuole trasformare ogni dissenso politico verso il governo Netanyahu in un’accusa di razzismo, e a chi vuole oscurare l’antisemitismo vero, quotidiano, che in Italia e in Europa continua a crescere e che meriterebbe un’attenzione molto più seria di un’etichetta usata a sproposito8.
Restano dunque due politicizzazioni speculari del 25 aprile, entrambe estranee alla storia della Resistenza. Restano speculari anche se il loro peso morale non è identico: l’insulto antisemita è un’altra cosa, e va detto. Ma il problema politico — la trasformazione della Liberazione in arena di un conflitto contemporaneo — è lo stesso.
La Resistenza non è di sinistra
C’è un punto, in questa vicenda, che mi sta particolarmente a cuore: la pretesa, da più parti, di rilasciare patenti di dignità antifascista. Decidere chi può stare in quel corteo e chi no. Stabilire chi è «davvero» antifascista e chi è solo travestito. È diventata una pratica pervasiva, e va detto che non è meno settaria quando la usa la sinistra di quando la usa la destra.
La Resistenza italiana — come sappiamo studiando Pavone, come ha ricordato innumerevoli volte Bobbio — non è stata una cosa «di sinistra». È stata fatta da comunisti, socialisti e azionisti, certo: ma anche da liberali, da cattolici, da monarchici, da militari del Regno, da partigiani senza partito, da soldati alleati. È stata, prima di tutto, plurale. La Costituzione del 1948 esiste perché quella pluralità ha imparato — sotto la pressione di un comune nemico — a tenersi dentro la stessa stanza. Tutti quelli che si riconoscono nell’antifascismo costituzionale — sinistra, centro e destra — hanno titolo a stare in quel corteo. È questa, e non un’altra, la lezione della Resistenza, ed è la stessa che ha permesso di scrivere insieme la Carta.
L’antifascismo «vivo» è qui
A questa obiezione qualcuno risponde — è una posizione seria, l’ho sentita argomentare bene — che la Resistenza non è una pagina chiusa: l’antifascismo è una pratica che si rinnova, che oggi si misura con minacce nuove, e che rifiutarsi di leggerla dinamicamente equivale a museificarla. È un punto vero. Ma rischioso.
Rischioso, perché far coincidere la «Resistenza viva» con una mappa fissa di nemici geopolitici contemporanei — Israele, gli Stati Uniti di Trump, la NATO, qualunque combinazione del momento — vuol dire ridurre il 25 aprile a un’agenda politica del 2026 ricoperta di vernice antifascista. Quella mappa, oltretutto, cambia ogni due anni: il «nemico» del 2008 non è quello del 2014, che non è quello del 2020, che non è quello del 2026. Una memoria mobile in quel modo non è memoria: è opportunismo politico vestito di nostalgia.
L’antifascismo «vivo» — quello che ci serve davvero — è altrove. È qui, in Italia, dove una parte non piccola della cultura politica al governo riscrive il dopoguerra come se la Resistenza fosse un episodio da bilanciare con la RSI; dove la giornata del 25 aprile viene ridimensionata a fastidio istituzionale; dove la parola «antifascismo» imbarazza al punto da essere depennata dai documenti ufficiali. Questo, e non il governo Netanyahu, è ciò di cui dovremmo discutere il 25 aprile. Lì l’antifascismo è ancora una pratica necessaria.
Michael Walzer distingueva, in un libro celebre, fra una thick e una thin morality: la prima densa, identitaria, particolare; la seconda più sottile, condivisa, capace di tenere insieme tradizioni diverse. La Costituzione italiana — antifascista per nascita — è la nostra thin morality civile: quella su cui possiamo trovarci, anche partendo da posizioni thick incompatibili, se vogliamo restare un Paese democratico. Il 25 aprile è la festa di quella thin morality, non di una thick fra le tante.
Il prezzo dell’illeggibilità
Una piccola coda politica, sul piano locale. La posizione del centrosinistra milanese, nelle ore che hanno preceduto e seguito il corteo, c’era — Brigata sì con pieno diritto, Trump, Netanyahu, Pahlavi no — e non era una posizione sciocca. Ma è arrivata illeggibile fuori dalla bolla. La giornata è entrata in cronaca come «scontro di piazza» e non come Liberazione. Questo, a mio parere, è il vero costo politico di sabato: non una posizione sbagliata, una posizione politicamente inintelligibile. E il prezzo di quell’inintelligibilità lo paga, alla fine, proprio la cultura plurale che dovrebbe tenere insieme il 25 aprile.
I soli a guadagnarci
Resta una constatazione, scomoda perché vera. Da una giornata così, a guadagnarci sono sempre gli stessi: i nostalgici del fascismo. Quelli che il 25 aprile dovrebbero stare zitti ad ascoltare, ogni anno, e che invece da qualche tempo a questa parte sono tornati a parlare, e a riscrivere, e a banalizzare. Mentre noi ci dividiamo su Pahlavi e sulle saponette, loro ci guadagnano lo spazio. È una scena che la storia italiana conosce bene — e che dovremmo ricordarci, almeno per i prossimi 25 aprile, di evitare.
Né saponette né bandiere. Né patenti di dignità né agende geopolitiche. Una giornata sola, per dire una cosa sola: senza la Resistenza non avremmo la Costituzione. E chi prova a svuotarla — soprattutto in Italia, soprattutto adesso — in quella data trova un argine non negoziabile.
Note
Letture e riferimenti
Storiografia
Gianluca Fantoni, Storia della Brigata ebraica. Gli ebrei della Palestina che combatterono in Italia nella Seconda guerra mondiale, Einaudi, Torino 2022.
Howard Blum, La Brigata. Una storia segreta dell’attacco al Reich di un piccolo gruppo di ebrei dell’Esercito britannico, Rizzoli, Milano 2002 (ed. orig. The Brigade: An Epic Story of Vengeance, Salvation, and World War II, HarperCollins, New York 2001).
Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.
Filosofia politica
Norberto Bobbio, Profilo ideologico del Novecento italiano, Einaudi, Torino 1990.
Michael Walzer, Geografia della morale. Democrazia, tradizioni e universalismo, Edizioni Dedalo, Bari 1999 (ed. orig. Thick and Thin: Moral Argument at Home and Abroad, University of Notre Dame Press, 1994).
Sulla cronaca della giornata e sulla composizione del cordone di contestazione si vedano Cos’è successo alla Brigata Ebraica al corteo del 25 aprile di Milano, in «Il Post», 25 aprile 2026; 25 aprile, corteo a Milano, la Brigata ebraica: «Cacciati da una minoranza e dalla polizia», in «ANSA», 25 aprile 2026; Brigata ebraica contro l’Anpi, a Milano è scontro sul corteo, in «il manifesto», 26 aprile 2026. La presenza di militanti con la sciarpa ANPI fra i contestatori è riportata da più testate; la dirigenza nazionale e milanese dell’ANPI (Pagliarulo, Minelli) respinge ogni accusa di regia organizzativa e ha annunciato querela per diffamazione contro Walker Meghnagi: cfr. Urla e fischi per Brigata ebraica, Pd pro-Israele e FI: cacciati dal corteo, in «il Fatto Quotidiano», 26 aprile 2026.↩︎
Per la ricostruzione storica della Brigata, formalmente costituita il 20 settembre 1944, sbarcata a Taranto il 5 novembre 1944, addestrata a Fiuggi e nelle zone a sud di Roma fra il novembre 1944 e il febbraio 1945, schierata sul fronte del Senio (Romagna) e impegnata in combattimento fra marzo e aprile 1945, cfr. G. Fantoni, Storia della Brigata ebraica. Gli ebrei della Palestina che combatterono in Italia nella Seconda guerra mondiale, Einaudi, Torino 2022; nonché le voci Brigata Ebraica su WikiMilano e Brigata Ebraica su Wikipedia, e la documentazione del Centro Studi Nazionale Brigata Ebraica.↩︎
A. Maffilippi, Il mito della Brigata ebraica, in «Cognitaria Ribelle» (Substack), 27 aprile 2026.↩︎
D. Romano, La Brigata ebraica e la manifestazione del 25 aprile: il racconto di una lenta ma crescente accettazione, in «Mosaico-CEM», 24 aprile 2019, ripubblicato in occasione del 25 aprile 2026. Sulla legge n. 114 del 18 luglio 2017 (medaglia d’oro al valore militare alla Brigata ebraica) cfr. il testo della legge in Gazzetta Ufficiale e la voce Brigata Ebraica su Wikipedia.↩︎
Sulla cronologia della partecipazione della Brigata al corteo milanese (dal 2004) e sulla motivazione di Romano cfr. il già citato articolo di Mosaico del 2019. Sulla rottura del 2026 — la prima impedita conclusione del percorso — e sulla dichiarazione di Emanuele Fiano «mai successo in cinquant’anni», cfr. 25 aprile: a Milano contestata la Brigata ebraica, poi viene scortata fuori dal corteo. Fiano: «Mai successo in 50 anni», in «L’Espresso», 25 aprile 2026.↩︎
Davide Romano è dal 2018 direttore del Museo della Brigata ebraica di Milano, da lui co-fondato; nel 2019, all’epoca dell’articolo di Mosaico, era assessore alla Cultura della Comunità ebraica di Milano. Cfr. la voce Davide Riccardo Romano su WikiMilano. Sulla controversia dell’accordo, cfr. ANSA, 25 aprile 2026, citato sopra, e Manifestazione del 25 aprile, insulti alla Brigata Ebraica: «Assassini», scortati fuori dal corteo, in «MilanoToday», 25 aprile 2026.↩︎
Per la rassegna degli insulti e l’attribuzione, cfr. 25 Aprile, a Milano i pro-Pal bloccano il corteo. Tensione e insulti alla Brigata ebraica: «Siete solo saponette mancate», in «LaPresse», 25 aprile 2026; Insulti, divisioni, colpi di pistola: così hanno sfregiato la Festa della Liberazione, in «Avvenire», 26 aprile 2026. Maffilippi sottolinea, nell’articolo citato, l’assenza di prove audio o video certe della pronuncia della frase nei confronti di Emanuele Fiano.↩︎
Sul numero dei partecipanti al corteo milanese (oltre centomila) cfr. Corteo del 25 Aprile a Milano, in 100mila al corteo. Minelli (Anpi): «Qualche tensione, ma il bilancio è positivo», in «Il Giorno», 25 aprile 2026. Per una critica analoga al frame del «clima antisemita» cfr. A. Maffilippi, Il mito della Brigata ebraica, cit. Sul costante incremento di episodi antisemiti registrati in Italia e in Europa nel biennio 2024-2025 cfr. l’ultimo Rapporto sull’antisemitismo in Italia dell’Osservatorio CDEC e i dati 2025 dell’Agenzia per i Diritti Fondamentali dell’Unione Europea (FRA).↩︎

