Hey Milano, la scuola che non c’è
Il paradosso educativo di una città che si racconta vincente: dati, analisi e proposte in vista del Congresso per la Città – Hey Milano, 23 maggio 2026, Ambrosianeum.
Milano è, per consenso diffuso, la capitale economica d’Italia. Ha un Pil pro capite tra i più alti d’Europa, attrae investimenti internazionali, ospita il secondo polo universitario del Paese, esprime una densità di istituzioni culturali – musei, accademie, teatri, fondazioni – che poche città europee possono vantare. Nel racconto che fa di sé stessa, è la città che ha già risolto i problemi che il resto d’Italia si trascina dietro.
Eppure basta leggere i dati in modo geograficamente disaggregato per imbattersi in un’altra Milano: quella in cui la posizione della casa nel tessuto urbano determina in misura crescente le traiettorie formative e professionali dei suoi abitanti. Per fare un esempio, se facciamo un confronto tra il NIL (Nucleo di Identità Locale) di Parco Monluè-Ponte Lambro, nella periferia est, e il NIL di Pagano, nell’ovest borghese, il tasso di NEET – giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non si formano – passa dal 32,1 al 3,8 per cento.1 Oppure, se guardiamo alla quota di laureati, vediamo che varia dal 7,6 per cento di Quarto Oggiaro al 51,2 per cento di Pagano. O, ancora, il tasso di dispersione scolastica tocca il 23 per cento a Comasina e il 22,9 per cento a Quarto Oggiaro, ma scende al 3,2 per cento a Pagano.
Questi numeri non descrivono la distanza tra Milano e un’altra città: descrivono la distanza tra due quartieri della stessa città, serviti dallo stesso sistema scolastico pubblico, amministrati dallo stesso Comune.
Un divario che non si spiega con il reddito
La prima reazione, di fronte a questi dati, è quella di ricondurli alla stratificazione economica: è ovvio che quartieri più ricchi abbiano indicatori educativi più alti. Tuttavia, questa spiegazione è necessaria ma non sufficiente. La diseguaglianza educativa a Milano va oltre quella reddituale: in alcuni casi la precede, e contribuisce a produrla.
Una ricerca condotta da Costanzo Ranci e Carolina Pacchi sulle diseguaglianze spaziali milanesi ha documentato un fenomeno che merita attenzione: a Milano, la segregazione scolastica è più accentuata della segregazione residenziale.2 Significa che i meccanismi di separazione agiscono non solo a livello di dove le famiglie abitano, ma di quali scuole scelgono; e che questa scelta è fortemente correlata al capitale culturale e informativo delle famiglie stesse.
I dati sull’iscrizione scolastica lo confermano con precisione: il 56 per cento degli studenti milanesi non frequenta la scuola pubblica del proprio quartiere. Il 22 per cento opta per il privato; il 30 per cento si iscrive a una scuola pubblica ma fuori dalla propria zona di appartenenza. Il fenomeno – noto nella letteratura anglosassone come school white flight, per analogia con il più studiato white flight residenziale – funziona così: le famiglie con maggiori risorse economiche, culturali e informative esercitano la scelta scolastica in modo attivo, selezionando gli istituti con reputazione più elevata. Le scuole dei quartieri a bassa intensità di capitale sociale si impoveriscono ulteriormente, poiché perdono quella quota di studenti che avrebbe contribuito positivamente al clima di apprendimento. Il circolo vizioso, in altre parole, si chiude e si autoalimenta.
La mappa della diseguaglianza
Il divario, come si è visto, segue linee più tortuose di quella semplice tra periferia e centro: una frattura che attraversa la città in modo più complesso, seguendo linee che non coincidono perfettamente con quelle del reddito né con quelle della nazionalità degli studenti, anche se con entrambe si intrecciano.
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I dati sul conseguimento del titolo superiore fotografano una città che produce ogni anno un numero significativo di giovani che non ha raggiunto livelli formativi adeguati. Se, infatti, la dispersione scolastica a livello nazionale è al 10,5 per cento, dato già superiore alla media UE, nelle aree più critiche di Milano supera il 20 per cento, collocandosi su livelli paragonabili a quelli delle province meridionali più problematiche. Questo mentre la Lombardia viene sistematicamente indicata come il polo di eccellenza del sistema formativo nazionale.
La contraddizione – si badi bene – non è accidentale, ma strutturale. La Lombardia ha certamente scuole d’eccellenza che attraggono studenti da tutta Italia, ma ha anche sacche di abbandono precoce geograficamente concentrate che restano fuori dal racconto pubblico. I due fenomeni coesistono, ma non si compensano: anzi, il secondo viene reso invisibile dal primo.
Il quadro, inoltre, è reso più grave dalla condizione dell’edilizia scolastica. Il 97 per cento degli edifici scolastici milanesi è stato costruito prima del 1997. Almeno 89 presentano problemi di amianto negli impianti o nelle strutture.3 Investire nella scuola come infrastruttura fisica – condizione elementare per garantire ambienti di apprendimento dignitosi – non è mai entrato stabilmente nell’agenda delle amministrazioni degli ultimi vent’anni.
Il patrimonio dilapidato
Nel contesto europeo, l’Italia destina il 3,9 per cento del Pil all’istruzione: dato che la colloca in terzultima posizione nell’UE-27, secondo le rilevazioni Eurostat.4 Anche la Lombardia, misurata sugli indicatori ET2030 – il quadro di riferimento con cui la Commissione europea valuta i sistemi formativi nazionali su dispersione, laureati e partecipazione degli adulti alla formazione continua – mostra performance inferiori alla media dell’Europa occidentale.5
Ma è a livello municipale che la scelta politica diventa più leggibile, e più contestabile. Tra il 2013 e il 2026, il Comune di Milano ha tagliato di oltre il 72 per cento il fondo destinato alle Scuole Civiche: dagli 8,68 milioni di euro stanziati tredici anni fa agli 2,39 milioni previsti nel bilancio 2026.6 Le Scuole Civiche milanesi – la Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, la Civica Scuola di Cinema Luchino Visconti, la Civica Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli – costituiscono un patrimonio formativo che non ha equivalenti nelle città italiane di pari dimensione. Sono istituti di formazione artistica, musicale e linguistica di alta qualità, ad accesso tendenzialmente popolare, che per decenni hanno rappresentato uno dei pochi dispositivi capaci di rendere effettiva la mobilità culturale tra i quartieri.
Il loro progressivo svuotamento non è una conseguenza inevitabile della crisi delle finanze comunali: è il risultato di una scala di priorità. Nello stesso periodo in cui i fondi alle Scuole Civiche venivano ridotti ai minimi storici, Milano ha investito in grandi eventi, in riqualificazioni di pregio, in operazioni di marketing urbano. La scelta di disinvestire sulla formazione artistica pubblica è una scelta politica, e come tale va discussa.
Il terzo divario digitale
Alla stratificazione tradizionale – economica, residenziale, scolastica – se ne aggiunge una nuova, che rischia di diventare la più duratura: quella legata all’intelligenza artificiale generativa.
È già in corso, non è una proiezione futura. Gli strumenti di IA sono già presenti nelle pratiche di studio e di lavoro dei giovani, ma la capacità di usarli in modo critico, di riconoscerne i limiti e i bias, di governarli invece di essere governati da loro è distribuita in modo profondamente ineguale. Secondo i dati dell’indagine OCSE-TALIS sul corpo docente italiano, solo circa il 30 per cento degli insegnanti dichiara di possedere le competenze necessarie sull’IA.7 Il resto insegna a ragazzi che già la usano, senza poter svolgere quella funzione critica che è il cuore della professione docente.
Questo terzo divario digitale rischia di sovrapporsi ai precedenti in modo non casuale. La letteratura internazionale dell’OCSE documenta che, nelle scuole socio-economicamente svantaggiate, i docenti tendono ad avere autoefficacia digitale e formazione sull’uso didattico delle tecnologie più basse rispetto ai colleghi delle scuole avvantaggiate;8 e per l’Italia è ben documentato un fenomeno di “teacher sorting” che porta i docenti più qualificati e stabili verso le scuole con utenza più favorita.9 È plausibile attendersi che la stessa logica si riproduca con le competenze sull’IA, accumulando le nuove disuguaglianze di competenza su quelle già esistenti.
Sette assenze strutturali
Il quadro diagnostico che emerge dall’analisi dei dati può essere sintetizzato in quello che nel saggio definisco un sistema di “sette assenze strutturali”: l’assenza di una governance unitaria dell’educazione a livello municipale; l’assenza di una politica attiva di contrasto alla segregazione scolastica; l’assenza di investimento continuativo sulle Scuole Civiche; l’assenza di un piano straordinario per l’edilizia scolastica; l’assenza di una politica municipale per l’IA in educazione; l’assenza di coordinamento tra istruzione formale e offerta educativa informale (biblioteche, musei, associazioni); l’assenza di un sistema di monitoraggio della dispersione in tempo reale, per NIL.
Sono assenze politiche, frutto di scelte — o di rinunce — deliberate. Il capitale educativo di Milano – le sue università, i suoi musei, le sue accademie, le sue biblioteche di quartiere, le sue associazioni culturali – è abbondante e per certi versi straordinario. Il problema è che è profondamente frammentato, inaccessibile a chi non possiede le risorse informative per navigarlo, e non sorretto da alcuna regia pubblica che ne garantisca la distribuzione equa sul territorio.
Dall’analisi alla proposta
Diagnosticare non basta. Il percorso di ricerca che precede questo articolo — di cui dirò più avanti — non si limita alla fotografia della crisi: avanza proposte operative, ancorate a evidenze internazionali e a sperimentazioni già in corso.
La prima è strutturale: portare a regime il modello delle Scuole Aperte 365. Il Comune di Milano ha sperimentato, in forma ridotta e discontinua, aperture pomeridiane e serali di alcuni edifici scolastici come centri di comunità. Si tratta di estendere questa logica fino a farne un’infrastruttura stabile: scuole aperte sette giorni su sette, tutto l’anno, come luoghi di produzione culturale, socialità e servizio. Luoghi dove si fa musica e teatro, si accede al counseling psicologico, si pratica sport, si incontra il medico di base, si frequentano corsi di italiano per le famiglie di nuova immigrazione. La scuola come presidio civico permanente del quartiere.
La seconda proposta è territoriale: costruire 27 Poli Civici Educativi entro il 2030, uno per ciascuna zona con le criticità più acute, sul modello del Bildungsgrätzl viennese – letteralmente “il cortile dell’educazione”. Il modello nasce in Austria negli anni Duemila come risposta alla segregazione educativa nelle Grätzl (i quartieri di prossimità) con maggiore concentrazione di famiglie migranti e a basso reddito: un polo integrato che unisce scuola, asilo, servizi sociali, spazio culturale e presidio sanitario — qualcosa di diverso da una semplice scuola potenziata. Il Learning Policy Institute americano, in una revisione sistematica di 143 studi empirici sui modelli di community school analoghi, ha calcolato un ritorno sociale medio di 15 dollari per ogni dollaro investito.10 Il costo stimato per 27 poli a regime è di 1,75 milioni di euro annui: una cifra inferiore a quanto il Comune ha tagliato alle Scuole Civiche negli ultimi dieci anni.
La terza proposta riguarda la governance dell’intelligenza artificiale in educazione: un piano municipale che comprenda connettività garantita per tutti gli istituti, un programma strutturato di formazione dei docenti, protocolli d’uso per le scuole, e un osservatorio sull’equità algoritmica – un organismo che monitori se e come gli strumenti di IA utilizzati nelle scuole milanesi amplino o riducano i divari esistenti. Ogni tecnologia potente, in assenza di governo pubblico, tende a riprodurre e amplificare le diseguaglianze preesistenti: l’IA generativa non fa eccezione.
Il saggio avanza anche dieci priorità operative per il periodo 2027–2046 e tre visioni ventennali, ma il nucleo della proposta politica è questo: l’orizzonte è già tracciato: manca la volontà politica di percorrerlo. Di decidere che la scuola è infrastruttura civile, esattamente come le strade e le reti idriche, e di finanziarla di conseguenza.
Hey Milano e il 23 maggio
Questo articolo nasce in vista di un appuntamento preciso: il Congresso per la Città che Hey Milano organizza sabato 23 maggio 2026, dalle 9 alle 13.30, nella Sala Falck della Fondazione Culturale Ambrosianeum, in via delle Ore 3 a Milano (MM Duomo). Vale la pena spiegare da dove viene questo percorso.
Nell’autunno del 2024, il Circolo e Centro Studi “Emilio Caldara” – associazione culturale e politica con sede in via De Amicis 17, presieduta dall’economista Franco D’Alfonso – ha avviato la prima fase di Hey Milano con una domanda deliberatamente semplice: “Come stai?”. Dieci incontri di ascolto della città, condotti in collaborazione con giornalisti, ricercatori e rappresentanti di realtà civiche, per costruire una fotografia di Milano dopo quindici anni di governo di centrosinistra. I risultati sono raccolti nel volume Come è cambiata Milano (191 pagine, disponibile su circolocaldara.it/papers).
Da gennaio 2026 è partita la seconda fase: “Dove andiamo?”. Il metodo è radicalmente non convenzionale rispetto alla politica tradizionale: contenuti prima dei nomi, domande prima delle candidature. Assemblee nei quartieri, nelle biblioteche, nei circoli, nelle sedi di associazioni di categoria, con medici e insegnanti, imprenditori del terziario e sindacalisti, architetti e guide turistiche. A oggi sono state quasi quaranta le assemblee svolte in tutta la città. Il percorso ha prodotto 15 agende tematiche – su casa, mobilità, scuola, welfare, lavoro, cultura, salute, partecipazione, ambiente, periferie – che confluiranno nel documento politico che sarà discusso il 23 maggio.
Il congresso non è una celebrazione né una convention: è il momento in cui un processo di ascolto diffuso tenta di tradursi in proposta politica per la città. L’accreditamento è gratuito e aperto; gli aggiornamenti sono disponibili su heymilano.it e sulla pagina Facebook Congresso per la Città.
Una questione di scelte
C’è una tendenza consolidata nel dibattito pubblico italiano a trattare la diseguaglianza educativa come un destino: il prodotto di dinamiche demografiche, culturali o economiche che sfuggono alla presa della politica pubblica. Questa tendenza è, alla lettera, ideologica: serve a rendere naturale ciò che è invece il risultato di scelte precise e reversibili.
La disuguaglianza educativa a Milano non è una conseguenza ineluttabile della sua struttura sociale. È il prodotto di decenni di sottofinanziamento della scuola pubblica, di assenza di politiche attive di contrasto alla segregazione, di rinuncia a esercitare la funzione di governo del territorio su uno dei più potenti meccanismi di riproduzione delle diseguaglianze. Queste scelte possono essere cambiate.
Una bambina a Quarto Oggiaro e una bambina a Pagano partono con carichi strutturalmente diversi. Non per colpa loro né delle loro famiglie, ma per effetto di decisioni prese altrove, da altri, in altri momenti. È compito della politica – intesa nel senso pieno del termine, come esercizio collettivo di scelta sulle cose comuni – decidere se quella differenza deve continuare a moltiplicarsi o se è possibile invertire la rotta.
Di questo vorremmo discutere il 23 maggio.
Il saggio integrale Oltre il muro, i frammenti – La scuola come infrastruttura civile di Milano: diagnosi e agenda per una città più giusta è pubblicato sul sito di Hey Milano: heymilano.it/contributo/oltre-il-muro-e-i-frammenti.
Il Congresso per la Città si tiene sabato 23 maggio 2026, ore 9–13.30, Sala Falck – Fondazione Culturale Ambrosianeum, via delle Ore 3, Milano (MM Duomo). Accreditamento gratuito su heymilano.it/congresso.
Dati elaborati su base ISTAT (Censimento della popolazione 2021) e Comune di Milano, disaggregati per Nucleo di Identità Locale (NIL). I dati sul NEET sono elaborati a partire dalle rilevazioni ISTAT sulle forze di lavoro, con disaggregazione sub-municipale.
C. Ranci, C. Pacchi (a cura di), ricerche sul policentrismo urbano e le diseguaglianze spaziali a Milano, Politecnico di Milano / Dipartimento di Architettura e Studi Urbani. Cfr. anche C. Pacchi, C. Ranci, White flight a Milano: la fuga dalla scuola pubblica nei quartieri a bassa densità di capitale sociale, working paper DAStU.
Dati sul patrimonio edilizio scolastico: Anagrafe dell’edilizia scolastica, Ministero dell’istruzione e del merito, aggiornamento 2024. I dati sulla presenza di amianto sono estratti dal Piano triennale delle opere pubbliche del Comune di Milano.
Eurostat, Government expenditure on education, ultima rilevazione disponibile (2022). Il dato italiano del 3,9 per cento del Pil posiziona il paese al 25° posto su 27 nell’UE.
Commissione europea, Education and Training Monitor – Italy, edizione 2023-2024. Gli indicatori ET2030 includono: tasso di abbandono scolastico precoce (obiettivo UE: < 9 per cento), quota di laureati tra i 25–34 anni (obiettivo: ≥ 45 per cento), partecipazione degli adulti alla formazione continua (obiettivo: ≥ 47 per cento entro il 2025).
Bilanci preventivi del Comune di Milano, anni 2013–2026, voce relativa al finanziamento delle istituzioni di formazione artistica e musicale comunale (Scuole Civiche / AFAM).
OCSE, TALIS 2024 Results – Teachers and School Leaders as Valued Professionals; INDIRE, Osservatorio sulla formazione dei docenti e le competenze digitali avanzate, rapporto 2025.
OCSE, “What makes students’ access to digital learning more equitable?”, Teaching in Focus n. 42, OECD Publishing, Parigi, 2022; cfr. anche OCSE, Mending the Education Divide: Getting Strong Teachers to the Schools That Need Them Most, TALIS, OECD Publishing, Parigi, 2022.
Cfr. G. Barbieri, C. Rossetti, P. Sestito, “The determinants of teacher mobility: Evidence using Italian teachers’ transfer applications”, European Economic Review, 55(8), 2011, pp. 1430–1444; A. Bryson et al., “Teacher allocation and school performance in Italy”, IZA Discussion Paper, 2022. La letteratura documenta come gli insegnanti più esperti e qualificati tendano a trasferirsi verso scuole con utenza socio-economicamente più favorita, generando una distribuzione sistematicamente disuguale del capitale docente nei sistemi scolastici italiani.
Learning Policy Institute, Community Schools as an Evidence-Based Strategy for Strengthening Schools and Communities, Palo Alto, LPI, 2017. Lo studio ha analizzato 143 ricerche empiriche sui modelli di community school in contesti urbani degli Stati Uniti, stimando un ritorno sociale medio di 15 dollari per ogni dollaro investito.


