Drin drin, la ricreazione è finita
Scuola, analfabetismo e il solito refrain sul lavoro
Qualche giorno fa, su Instagram, mi sono imbattuto in un video dell’associazione Drin Drin, fondata da Michele Boldrin. Nel video si parlava di scuola, e le affermazioni erano più o meno di questo tenore:
La scuola è il vero motore del declino italiano.
Il 39% degli italiani a trent’anni fatica a comprendere testi semplici (Fonte OCSE).
La scuola italiana è ancorata a un metodo antiquato, basato sulla memorizzazione, e non prepara al mondo del lavoro.
Senza un’istruzione adeguata, l’Italia resterà indietro.
Le aziende cercano competenze pratiche.
A quel punto mi sono sentito in dovere di intervenire. Ho deciso di commentare e, come prevedibile, sono arrivati insulti e attacchi. Tuttavia, tra i vari interventi, qualcuno ha chiesto, anche in privato, spiegazioni in modo educato. Ho risposto volentieri. E, visto che la questione è ampia e importante, voglio riprendere qui il ragionamento e ampliarlo.
L’analfabetismo funzionale: un dato da contestualizzare
Il 39% di italiani che fatica a comprendere testi semplici è un dato OCSE reale, ma va contestualizzato. In Italia, di analfabetismo funzionale si discute almeno dalla fine degli anni ‘90, e uno dei primi a studiarlo in modo approfondito è stato Tullio De Mauro. In vari suoi testi, tra cui Storia linguistica dell’Italia repubblicana (Laterza, 2014) e La cultura degli italiani (Laterza, 2004), De Mauro evidenzia che il problema riguarda soprattutto gli adulti, più che i giovani.
Più del 50% degli italiani, secondo De Mauro, affronta la realtà con una capacità di analisi elementare, limitata all’esperienza diretta e incapace di cogliere la complessità di fenomeni globali come le crisi economiche, le guerre o le dinamiche politiche. Questo limite analitico si traduce in scelte influenzate da percezioni immediate (ad esempio, considerare la guerra in Ucraina solo in termini di aumento del prezzo del gas) e in difficoltà nel comprendere le conseguenze a lungo termine di eventi e politiche.
Dalla Storia linguistica dell’Italia unita (Laterza, 1963) fino a Storia linguistica dell’Italia repubblicana (Laterza, 2014), De Mauro ha raccolto dati sia sull’analfabetismo strumentale (incapacità di decifrare un testo scritto) sia su quello funzionale (incapacità di comprendere e rielaborare un testo anche semplice).
Negli ultimi decenni, indagini comparative promosse da Statistics Canada e dall’OCSE-PIAAC hanno permesso di classificare la popolazione in base a cinque livelli di alfabetizzazione. L'Italia, insieme alla Spagna, registra tra i peggiori risultati: circa il 70% della popolazione in età lavorativa si colloca nei primi due livelli, con competenze di lettura e calcolo insufficienti per una piena partecipazione alla vita sociale ed economica.
Questo fenomeno, seppur con diverse gradazioni, è presente in tutti i paesi studiati, ma in Italia, come si può notare, è particolarmente grave.
Se, dunque, i dati delle prove Invalsi possono dirci molto sulla preparazione degli studenti, i report OCSE si riferiscono a una popolazione più ampia, comprendendo adulti e anziani. Il problema – appare lampante – non è solo della scuola, ma di un paese in cui una fetta consistente della popolazione è rimasta ai margini della formazione e dell’istruzione per decenni.
Non solo: oltre alle difficoltà di accesso all'istruzione, esiste anche un problema di regressione delle competenze in età adulta. Come osservava sempre De Mauro, anche chi in gioventù ha acquisito buoni livelli di literacy e numeracy può subire un deterioramento delle proprie capacità se non le esercita con costanza. Questo è spesso il risultato di stili di vita che riducono l’interesse per la lettura o la capacità di comprendere dati, percentuali e fenomeni complessi. In questo scenario, le persone tendono a isolarsi nella propria realtà limitata, vivendo un'esistenza passiva invece che attiva.
La questione è intricata più di quanto si pensi. Infatti, il basso livello di competenza alfabetica e numerica è strettamente legato a fattori socioeconomici e geografici. Come dimostrano numerosi studi1, chi nasce in famiglie con basso capitale culturale e condizioni economiche svantaggiate ha molte più probabilità di rimanere indietro a scuola. Questo significa che il problema dell’analfabetismo funzionale non si risolve semplicemente cambiando i programmi scolastici, ma richiede politiche di welfare, investimenti nell’istruzione per adulti e una maggiore diffusione della cultura nel Paese.
Le conseguenze di questo fenomeno sono gravi non solo sul piano economico, ma anche su quello politico. Luigi Spaventa e Tito Boeri avevano già tempo fa evidenziato come l’analfabetismo funzionale incidesse negativamente sulla produttività del paese e fosse una delle cause strutturali del ristagno economico dell’Italia dagli anni Novanta. Ma il problema va oltre. La capacità di comprendere e analizzare la politica è altrettanto compromessa: si stima che meno del 30% degli italiani abbia una reale comprensione dei discorsi politici o del funzionamento delle istituzioni. Questo lascia spazio a manipolazioni e retoriche semplificate. Non a caso, De Mauro osservava che «l’analfabetismo è oggettivamente un instrumentum regni, un mezzo eccellente per attrarre e sedurre molte persone con corbellerie e mistificazioni».
Infine, persino tra quel 30% meglio alfabetizzato, solo una minoranza ha competenze avanzate nelle lingue straniere e nei linguaggi tecnico-scientifici. In attesa di dati più recenti, si può stimare che meno del 10% della popolazione italiana in età lavorativa possieda una comprensione solida di questi strumenti. Le conseguenze per la democrazia sono evidenti: «mancano gli strumenti di controllo del flusso di decisioni e realizzazioni», dichiarava De Mauro, il quale sottolineava che lo sviluppo di queste competenze «metterebbe in crisi la persistenza di certi gruppi dirigenti». In altre parole, se il livello di alfabetizzazione fosse più elevato, le dinamiche politiche ed economiche del paese potrebbero essere profondamente diverse.
La scuola non è solo un’azienda: il fraintendimento sulla formazione per il lavoro
Quella distorsione per cui la scuola è vista come mero strumento per il mercato del lavoro è parte di un fraintendimento più ampio sul ruolo dell’istruzione. Dopo aver visto come l’analfabetismo funzionale incida sulla capacità di comprensione e partecipazione democratica, si comprende meglio come ridurre la scuola a un luogo di formazione professionale significhi trascurare il suo compito più ampio: fornire strumenti culturali e critici per comprendere il mondo. Nel video di Drin Drin, come spesso accade in questi discorsi, la scuola viene ridotta a un unico obiettivo: formare lavoratori pronti per l’azienda. Secondo questa visione, la scuola dovrebbe insegnare solo competenze pratiche e aggiornarsi di continuo in base alle esigenze del mercato. Ma questa idea presenta due problemi fondamentali;
Il mondo del lavoro cambia più velocemente delle competenze tecniche. Se c’è qualcosa che l’intelligenza artificiale ci sta insegnando, è proprio questo: competenze che oggi sembrano essenziali possono diventare obsolete in pochi anni. Formare le persone solo su abilità specifiche, anziché su una preparazione solida e trasversale, significa lasciarle indifese quando il mercato cambia.
La scuola ha un compito più ampio. Deve creare soggetti in grado di comprendere il mondo in cui agiscono ed essere in grado di manipolarlo per renderlo un habitat sempre più adatto alle esigenze individuali e collettive. L’istruzione serve, dunque, a comprendere, pensare, rielaborare, e poi sapersi adattare ai cambiamenti, acquisire nuove competenze quando necessario. Se la scuola si riducesse a un’azienda di training per il lavoro, perderemmo tutto questo.
Sarebbe più utile per la società ma anche per le aziende più avanzate avere non solo persone con competenze tecniche, ma con capacità di adattamento, ragionamento e problem solving – tutte competenze che si sviluppano meglio con una formazione ampia e culturale, non con corsi di aggiornamento su software che tra cinque anni non esisteranno più.
Conclusione
La scuola italiana ha problemi? Certamente, ma non quelli descritti in modo semplicistico da certe narrazioni. Non è il “motore del declino”, e non è vero che tutto si risolve rendendola più simile a un corso di formazione aziendale. L’istruzione è una questione molto più complessa, e per affrontarla servono analisi serie, non slogan.
Cfr. INVALSI, Rapporto nazionale 2023, Roma, INVALSI, 2023; OCSE, Education at a Glance 2023: OECD Indicators, Parigi, OCSE Publishing, 2023; A. Alivernini et al., Lo svantaggio socio-economico e le competenze scolastiche in Italia, in «Italian Journal of Educational Research», vol. 19, n. 1, 2021, pp. 45-67; F. Lagravinese et al., Disuguaglianze educative e mobilità sociale in Italia: un’analisi basata sui dati INVALSI, in «Quaderni di Sociologia», n. 78, 2020, pp. 125-148.

