«Aboliamo la maturità» – anatomia di una polemica stagionale
Ogni fine giugno torna la requisitoria: la maturità è troppo facile, aboliamola. Provo a smontarla.
Più puntuale dei libri di Bruno Vespa a ridosso del Natale c’è solo, verso la fine di giugno, la polemica contro l’esame di maturità. Torna ogni anno identica a sé stessa, con la stessa cadenza e gli stessi argomenti: l’esame è una farsa, promuove il novantanove per cento dei candidati, dunque non serve a nulla, dunque va abolito. Sgombro subito il campo da un equivoco: anch’io non amo l’esame così com’è, e lo riformerei volentieri. Ma è un altro discorso. Qui non difendo l’esame; smonto il modo in cui lo si attacca, perché è nel modo – nella scelta di quale dato guardare e quale ignorare – che si nasconde tutta la questione.
Chi parla, e da dove
La prima cosa che colpisce, in questo coro, è la sua omogeneità. Fatto in larga parte da campioni di un’ideologia marcatamente mercatista: un liberismo che si crede liberale, ma che del liberalismo ha dimenticato la parte difficile – il senso del limite, dell’istituzione, di quel bene comune che non si lascia misurare a prezzo. Si tratta, in genere, di commentatori di professione che dispensano i loro commenti su testate d’opinione che, se fossero davvero buttate nel mercato, non durerebbero neanche un giro della giostra del reddito di giornalanza. Specchi di vanità tenuti in piedi più dalla fedeltà di una parrocchia che dalle edicole1. E – vedete – c’è un’ironia gustosa in chi invoca il mercato come giudice universale e prospera, intanto, grazie a un’eccezione di mercato ritagliata su misura per sé a forza di bonus e sussidi.
Ma non dilunghiamoci oltre: una tesi non diventa falsa perché la firma un giornale ideologico. La confutazione vera viene dopo, ed è tutta nei numeri.
Il vizio di metodo
Perché il difetto capitale di questa polemica non è ideologico: è logico. Costoro non vanno dall’argomento alla tesi; partono dalla tesi e raccolgono per strada soltanto ciò che la conferma. Vedono il dato che fa comodo – passano quasi tutti – e si fermano lì, soddisfatti, con il sottinteso poco elegante di chi pensa di aver capito ciò che agli altri sfugge: se l’esame è una buffonata e noi ce ne accorgiamo, vorrà dire che siamo più intelligenti di tutti, in particolare della folla dei promossi e di chi li promuove.
Ma chi parte dalla tesi non si fa mai la domanda scomoda. Anzi, a ben vedere, in questo caso non si fa manco le domande di base. E qui le domande – di base o scomode che siano – sono almeno due. La prima: perché mai uno studente che ha appena concluso il quinto anno non dovrebbe superare l’esame? Se è arrivato in fondo al ciclo è perché è in condizione di chiuderlo; che lo superi non è uno scandalo, è la conseguenza ovvia di una selezione già avvenuta. La seconda, quella che nessuno pronuncia: quanti, fra gli iscritti al primo anno, arrivano davvero al quinto e all’esame? Si prenda una classe di quinta e si contino i banchi che erano occupati in prima. Il conto non torna mai.
Il novantanove per cento e la sua ombra
Veniamo ai numeri, perché è lì che la polemica si rovescia su sé stessa. È vero che dei candidati ammessi si diploma il 99,7 e il 99,8 per cento2: chi siede davanti alla commissione ne esce quasi sempre col titolo. Ma è una promozione di sopravvissuti. La selezione formale è avvenuta prima, allo scrutinio di quinta, dove ogni anno un tre o quattro per cento non viene nemmeno ammesso alla prova3; e quella sostanziale, assai più larga, lungo cinque anni di abbandono. Chi confonde i due numeri – i bocciati all’esame, pochissimi, e i non ammessi, molti di più – ha già perso il filo. La verità è che lungo il ciclo delle superiori si perde, in media, circa un quarto degli iscritti4: una diserzione di massa di cui non si fa il bilancio, perché chi se ne va non scrive ai giornali, non rilascia interviste, semplicemente non c’è più. E non se ne va a caso: l’abbandono colpisce i figli di chi non ha studiato molto più dei figli dei laureati, e il Mezzogiorno più del Nord5.
L’esame non è il filtro: è il certificato rilasciato ai sopravvissuti di un filtro che ha agito molto prima, in silenzio, senza titoli di giornale. Misurare la serietà della scuola dal tasso di promozione alla maturità è come misurare la sicurezza di un’autostrada contando soltanto le automobili arrivate al casello, e dimenticando quelle rimaste nei fossi.
L’avversario serio
Tolta la schiuma, resta una voce che non merita il sarcasmo ma una risposta vera: quella di Claudio Giunta, che su «Internazionale» ha firmato un articolo dal titolo inequivocabile, “L’esame di maturità dovrebbe essere abolito”6. Giunta non è un mercatista né un pubblicista di partito: è un filologo, scrive bene e pensa meglio, e proprio per questo è l’avversario da prendere sul serio. Il suo ragionamento è elegante: l’esame gentiliano era una barriera, con più bocciati che promossi; oggi «non è stato (…) un esame, ma un’altra cosa, o meglio più cose insieme: un simbolo, una soglia della maggiore età, (…) una festa», costosa e priva di conseguenze. Tanto vale abolirla.
E qui arriva il punto importante: a fare la differenza, scrive, è «avere genitori laureati e un po’ di libri in casa», ciò che separa, con un’eco di Primo Levi tutt’altro che casuale, «i sommersi e i salvati». La diseguaglianza che credevo di dovergli mostrare, l’ha già nominata prima di me. Gli concedo dunque la premessa per intero, e gli contendo soltanto la conclusione. Abolire l’esame non cancella quella diseguaglianza: la libera. Finché esiste un gradino comune – l’unico momento in cui lo Stato si presenta a tutti i diciannovenni d’Italia e dice «su questo, alle stesse condizioni, vi misuro» – la disparità è almeno costretta a passare per una porta pubblica, visibile, contestabile. Tolto il gradino, la cernita non sparisce: trasloca a monte, nei test d’ingresso a numero chiuso e nei corsi di preparazione che si pagano cari, dove vince ancora più nettamente chi è partito avanti. Si smonterebbe l’ultima soglia pubblica per consegnare la selezione al mercato privato dei requisiti, e i «salvati» si salverebbero più comodamente, soltanto un po’ più lontano dagli occhi.
Una parola nata per scherzo
Resta la parola che in queste discussioni viene sempre calata sul tavolo come un asso: merito. La scuola facile tradirebbe il merito; renderla severa significherebbe restituirgli dignità. Sia chiaro: al merito tengo quanto e più di chi lo invoca, e proprio per questo non sopporto di vederlo confuso con la fortuna di nascita. Vale la pena ricordare che «meritocrazia» è una parola inventata nel 1958 dal sociologo Michael Young, e inventata come satira: nel suo apologo, la società che premia solo il merito misurato finisce per generare una nuova aristocrazia ereditaria, per giunta convinta di essersela meritata7. Young coniò il termine per metterci in guardia; noi l’abbiamo preso per un elogio.
Il merito misurato all’arrivo, senza chiedersi da dove ciascuno sia partito, è un blasone che si traveste da virtù. La Costituzione, all’articolo 3, affida alla Repubblica il compito di «rimuovere gli ostacoli»: colloca cioè il merito dopo gli ostacoli, là dove la partenza è stata resa comune. È la lezione che don Lorenzo Milani consegnava nel 1967 alla sua professoressa: una scuola che promuove i Pierini già attrezzati e perde per strada i Gianni non riconosce il merito, ratifica un privilegio8. Il merito vero non corona chi taglia per primo il traguardo, ma sa riconoscere chi ha percorso più strada a partire dal punto in cui la sorte l’aveva depositato.
La domanda da fare
Non difendo questo esame: ne cambierei prove, tempi, perfino il nome. Difendo il gradino – l’idea che esista, nel percorso di ogni ragazzo, una soglia pubblica e uguale per tutti davanti alla quale lo Stato si fa vedere. Il novantanove per cento che fa gridare allo scandalo non prova che la scuola sia troppo indulgente: è l’ombra proiettata da un quarto di studenti che a quella soglia non è mai arrivato, e di cui a luglio nessuno pronuncia il nome.
Continueremo, temo, a discutere ogni estate della festa dei promossi. Sarebbe ora di discutere, almeno un’estate, dei dispersi. Di chi non festeggia perché non c’è. Di chi è uscito dall’aula molto prima del colloquio, quando nessuno lo guardava.
Letture e riferimenti
Ministero dell’Istruzione e del Merito, dati sugli esiti dell’esame di Stato del secondo ciclo, anni 2024 e 2025.
Tuttoscuola, Dossier dispersione (divario fra iscritti al primo anno e diplomati).
Istat, dati sull’abbandono scolastico precoce dei 18-24enni (early leavers), 2024.
Claudio Giunta, “L’esame di maturità dovrebbe essere abolito”, in «Internazionale», 1 giugno 2020.
Michael Young, The Rise of the Meritocracy, Thames & Hudson, London 1958 (trad. it. L’avvento della meritocrazia).
Lorenzo Milani e Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1967.
Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi, Torino 1986.
L’aside resta volutamente generico e non punta il dito su singole testate. I contributi diretti all’editoria sono comunque un meccanismo reale, gestito dal Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio, di cui beneficiano diverse testate (cooperative, di partito, no-profit): chi fosse interessato a un dato puntuale può consultarne gli elenchi annuali dei beneficiari.
Dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito: nel 2024 risulta ammesso il 96,3 per cento degli scrutinati e diplomato il 99,8 per cento dei candidati; nel 2025 ammesso il 96,5-96,8 per cento e diplomato il 99,7 per cento. I respinti all’esame vero e proprio sono circa lo 0,2-0,3 per cento.
La quota di non ammessi allo scrutinio finale di quinta è stata del 3,7 per cento nel 2024 e del 3,2 per cento nel 2025: è qui, e non all’esame, che si concentra la selezione formale.
Secondo Tuttoscuola, confrontando gli iscritti al primo anno con quelli arrivati al quinto, la dispersione lungo la secondaria di secondo grado si aggira intorno a un quarto degli iscritti (24,7 per cento per il ciclo conclusosi nel 2017-18), con punte storiche oltre il 30 per cento; dal 1995 oltre tre milioni e mezzo di studenti usciti dal sistema.
L’indicatore Istat sull’abbandono scolastico precoce (18-24 anni con al più la licenza media e fuori da ogni percorso formativo) segna il 9,8 per cento nel 2024, con forti divari territoriali (8,4 per cento al Nord, 12,4 per cento nel Mezzogiorno) e una marcata dipendenza dal titolo di studio dei genitori: 22,8 per cento fra i figli di chi ha al massimo la licenza media, 1,2 per cento fra i figli dei laureati.
Claudio Giunta, “L’esame di maturità dovrebbe essere abolito”, in «Internazionale», 1 giugno 2020.
Michael Young, The Rise of the Meritocracy (1958): il termine «meritocracy» vi compare con intento satirico, a descrivere una distopia in cui la selezione per merito genera una casta ereditaria persuasa della propria superiorità.
Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa (1967): l’atto d’accusa contro una scuola che «perde i Gianni» e promuove i Pierini, scambiando il vantaggio di partenza per merito.


