A chi la scuola? A noi!
Sulla proposta Galli della Loggia e su chi il tempo lo deve a chi
Qualche giorno fa è tornata a circolare – questa volta sui social – la proposta di Ernesto Galli della Loggia: reintrodurre la predella nelle aule scolastiche e l’obbligo per gli studenti di alzarsi in piedi all’ingresso del docente. La proposta non è nuova: Galli della Loggia la formulò già in un editoriale sul Corriere della Sera del 2018, citando Hannah Arendt a sostegno dell’idea che il rapporto pedagogico non possa «implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo». Nell’attuale clima culturale, questa proposta non è un episodio isolato, ma parte di un più ampio progetto di revisione nostalgica della scuola italiana.
Una nostalgia acritica
Il problema centrale di questa visione è che si tratta di nostalgia acritica: si invoca un modello del passato senza verificarne l’efficacia rispetto agli obiettivi educativi. Prima di riformare qualsiasi sistema, la domanda corretta è: qual è l’obiettivo che vogliamo raggiungere, e quale sistema è più efficace per raggiungerlo? Se l’obiettivo della scuola è fornire agli studenti – ai futuri cittadini – gli strumenti linguistici, scientifici, storici e culturali per comprendere il mondo e agire nella società, alzarsi in piedi all’ingresso del professore non contribuisce in nessun modo a quel fine.
Il grande cambiamento è del ’62, non del ’68
C’è un equivoco storico che vale la pena correggere. Chi attacca la scuola attuale punta spesso il dito contro le “rivoluzioni culturali del ’68”, ma il vero e unico grande cambiamento strutturale della scuola italiana moderna avvenne prima: con la legge n. 1859 del 31 dicembre 1962, che istituì la scuola media unica. Emanata durante il governo Fanfani IV e firmata dal ministro Luigi Gui, quella riforma sostituì ogni tipologia di scuola secondaria inferiore con un percorso unico, gratuito e obbligatorio per tutti fino ai 14 anni, con tre obiettivi fondamentali: espandere l’obbligo scolastico, affermare l’equità educativa, garantire uguaglianza di accesso indipendentemente dall’origine sociale. Prima di allora, dopo le elementari il sistema si biforcava: da una parte la scuola media per chi si avviava agli studi superiori, dall’altra l’avviamento professionale per chi era destinato al lavoro – campi o fabbriche. Quella riforma aprì le porte a circa 600mila ragazze e ragazzi di famiglie operaie e contadine. In dieci anni, la percentuale di cittadini con la licenza media passò dal 50 all’80 per cento.
Quello fu il vero punto di svolta. Non il ’68.
Una scuola che non insegnava nemmeno l’italiano
La scuola prefascista – quella liberale, post-unitaria – funzionava egregiamente per le élite, quelle che percorrevano il ginnasio, accedevano agli studi giuridici e si ritrovavano un ruolo nella società già preparato. Per tutti gli altri era semplicemente assente o inutile.
Il dato più eloquente è quello linguistico. L’unificazione della lingua nazionale non la fece la scuola, ma la televisione. Come ha documentato Tullio De Mauro nella Storia linguistica dell’Italia unita (1963), ancora nel 1951 il 63,5 per cento degli italiani era dialettofono. La televisione – affiancando e potenziando l’effetto già avviato dalla radio e dal cinema – superò la barriera che la scuola non aveva saputo abbattere e costruì per la prima volta una comunità linguistica nazionale, attraverso la semplice esposizione quotidiana a una lingua che milioni di italiani non parlavano in casa. De Mauro calcolò che la visione regolare della televisione RAI, nei primi anni del monopolio, valesse per l’acquisizione dell’italiano quanto cinque anni di scolarizzazione. Quasi un secolo dopo l’Unità, la scuola non era riuscita nell’obiettivo più elementare che uno stato nazionale possa darsi.
Non è un dettaglio tecnico: è un fallimento di sistema. Quella scuola, inoltre, non selezionava alla fine del percorso – selezionava in partenza. I banchi dei più bravi davanti, i più deboli dietro, e poi un abbandono scolastico già alle elementari che oggi faticherebbe a essere persino immaginato. Era un sistema costruito per confermare le gerarchie sociali esistenti, non per modificarle.
Chi quella scuola l’aveva frequentata volle distruggerla
C’è un argomento storico che chiude il cerchio. I giovani che avevano attraversato la scuola del Ventennio – e che poi combatterono nella Resistenza – appena capirono la falsità del mondo che quella scuola aveva contribuito a costruire, vollero abbatterla dalle fondamenta.
Me ne sono occupato direttamente: ho studiato a lungo Il ribelle, il giornale clandestino delle Fiamme Verdi, le brigate partigiane cattoliche nate a Brescia nel 1943. Tra le sue pagine si trovano interventi espliciti sulla scuola: come smontare il vecchio sistema, come costruirne uno nuovo, adeguato a una società democratica. Non è una coincidenza. Chi aveva vissuto la scuola fascista – con la sua pedagogia dell’obbedienza, del consenso, dell’adunata – sapeva esattamente di cosa voleva liberarsi. Se chi quella scuola l’ha frequentata, appena ha potuto, ha voluto distruggerla, forse un motivo c’era.
Il tempo degli studenti
C’è infine una questione di prospettiva che spesso manca nel dibattito. Un insegnante che entra in aula sta svolgendo il proprio lavoro: un’attività scelta liberamente e retribuita. Gli studenti, invece, si trovano lì e offrono all’insegnante la loro cosa più preziosa – il loro tempo. Non l’hanno scelto nel senso in cui lo intende un adulto: sono lì perché la legge lo richiede, perché le famiglie lo richiedono, perché la società lo richiede.
Il compito del docente non è esigere che riconoscano una gerarchia: è prendere ciascuno da un punto A intellettuale e portarlo a un punto B. Se non ci riesce – se dopo un anno non hanno imparato qualcosa che cambia il loro modo di guardare il mondo – non sono loro ad avere fallito. Ha fallito chi ha ricevuto qualcosa di inestimabile senza dare nulla in cambio.
Non sono gli studenti a dover essere degni del tempo dell’insegnante: è l’insegnante a dover essere degno del loro.


Più superflua che nostalgia visto che gli alunni si alzano all ingresso del prof in classe...
Ovviamente se si entra velocemente a riprendere la giacca o il libro dimenticato siano noi stessi a dirgli di restare seduti
Caro Danilo, grazie per l'excursus storico. Avrei una domanda semplice per i colleghi:
Nelle scuole in cui ho lavorato e in quella in cui lavoro gli studenti si alzano sempre all'ingresso dell'insegnante, nella vostra scuola è anche così?
Giusto per capire se chi scrive le circolari ministeriali sia mai entrato a scuola...